Gratificazione ritardata nei bambini

La gratificazione ritardata è un meccanismo del cervello che ci spinge a rimandare i piaceri, facendo prima i doveri. Ad esempio molte persone a tavola mangiano prima i cibi poco graditi, per poi gustarsi i cibi preferiti come una sorta di ricompensa. Tale meccanismo esiste anche nei bambini ma, considerando la loro difficoltà nel gestire gli impulsi, vanno educati. La gratificazione ritardata nei bambini è un meccanismo molto delicato, che va gestito con oculatezza poiché ha ripercussioni evidenti anche da adulti sull’autocontrollo e sulla fiducia in loro stessi. Sulla gratificazione ritardata dei bambini sono stati effettuati molti esperimenti e uno dei più famosi è quello dello psicologo Walter Mischel nel 1972, ribattezzato l’esperimento marshmallow.

La gratificazione ritardata nei bambini spiegata con l’esperimento marshmallow

L’esperimento di Mischel era molto semplice: ad un bambino di 4 anni veniva dato un marshmallow, dopodiché lo psicologo andava via per 15 minuti. Al bambino veniva spiegato che, se fosse riuscito a non mangiare il dolcino, gliene sarebbe stato dato un altro come premio. L’esperimento è stato condotto su un totale di 600 bambini.

Ebbene solo una piccola minoranza dei bambini aveva mangiato subito il dolcino, mentre una buona parte era riuscito a resistere per ottenere un premio maggiore in seguito, per l’appunto una gratificazione ritardata. Le strategie di autocontrollo erano delle più disparate: c’era chi si copriva gli occhi per non guardare o chi si girava per non avere sotto il naso per tutto il tempo il marshmallow.

Negli anni successivi quegli stessi bambini sono stati monitorati e i risultati sono stati molto interessanti. I bambini che erano riusciti a resistere alla tentazione di mangiare subito il dolcino, dimostrando un maggiore autocontrollo, hanno ottenuto migliori risultati a scuola, ma anche in ambito professionale e in altri aspetti della vita, come l’autostima e la fiducia in loro stessi.

Al contrario i bambini che non erano riusciti a controllare i loro desideri e avevano subito mangiato il dolcino, hanno avuto risultati scadenti a scuola e anche più incertezze nella vita. Va sottolineato che sulla capacità di autocontrollo dei bambini dipende molto anche il contesto sociale circostante. Se vivono in un ambiente con molti dubbi e incertezze, sono più inclini a cedere subito alle tentazioni, senza avere quindi grande capacità di autocontrollo.

Come migliorare l’autocontrollo dei bambini?

A questo punto sorge una domanda: è possibile allenare ed educare i bambini alla gratificazione ritardata? Sì certo e i genitori sono chiamati a fare la loro parte per insegnare ai loro figli ad autocontrollarsi e gestire i loro desideri.

Come? Con piccoli e semplici gesti. Ad esempio bisogna invitare i bambini a fare piccole faccende quotidiane, come rifare il letto, preparare la tavola o dare da mangiare ad un animale domestico. Basta mettere in pratica un semplice proverbio: “prima il dovere e poi il piacere”.

Inoltre non bisogna consentire ai bambini di accedere sempre e comunque ai dispositivi tecnologici, usati spesso come antidoto alla noia, ma piuttosto è consigliabile spingerli a fare giochi da tavolo o di movimento.

Si può insegnare ai bambini a collezionare punti con l’obiettivo di raggiungere un premio finale, così saranno più spronati a limitare i loro istinti e verranno responsabilizzati. Altro buon consiglio è quello di non aiutare i bambini ogni volta che sono in difficoltà, ma spronarli ad impegnarsi per trovare la soluzione. Piccoli consigli che aiutano i bambini a responsabilizzarsi già in tenera età e a diventare adulti disciplinati e con un’ottima capacità di autocontrollo.

amore in adolescenza

L’amore in adolescenza è una tematica molto complessa che va affrontata con delicatezza dai genitori. I giovani in questa fase della loro vita sperimentano diversi cambiamenti emotivi, fisici e psicologici che possono influenzare la loro percezione ed esperienza dell’amore. Per la prima volta gli adolescenti spostano i loro sentimenti e affetti ai di fuori della famiglia, uno step necessario per definire la loro identità. I primi amori adolescenziali finiscono di solito molto presto e generano una serie di sentimenti contrastanti nei ragazzini, quindi in questa fase giocano un ruolo fondamentale i genitori.

Cosa si intende per innamoramento?

L’amore in adolescenza, più che amore vero e proprio, è innamoramento. Per innamoramento si intende una fase in cui l’adolescente si sente completo nel proprio partner che viene idealizzato e verso il quale proiettata le qualità o le mancanze che avverte dentro se stesso, ricreando così quel rapporto di completezza vissuto fino a poco tempo fa con i genitori durante l’infanzia.

La fase iniziale dell’innamoramento è accompagnata da una grande euforia, ma poi bisogna fare i conti con le delusioni d’amore in adolescenza che prima o poi arrivano. Tanto più è stretto il rapporto col partner, maggiore sarà la sofferenza quando la relazione si interrompe. In questa fase si sperimentano altri sentimenti nuovi, come la gelosia o la paura che possa esistere una terza persona capace di rubare quell’amore così bello che si sta vivendo.

La rottura della relazione rischia di mettere in discussione l’identità dell’adolescente, ma anche la sua capacità di relazionarsi con altre persone. Tuttavia quella tristezza così forte è un passaggio obbligato per costruire l’identità del ragazzino, ma va gestito con attenzione. Ed è proprio in questo step che giocano un ruolo fondamentale i genitori, che devono intervenire nel modo giusto per gestire questa fase tanto delicata quanto importante.

Amore in adolescenza: i comportamenti che devono adottare i genitori

Un amore non corrisposto in adolescenza rappresenta una sorta di “tragedia” per i ragazzi. Come devono rapportarsi i genitori con i figli? Per prima cosa non devono essere invadenti, ma aspettare che sia l’adolescente a decidere di parlare e di aprirsi.

Devono ascoltare e non minimizzare la loro sofferenza, del resto anche loro hanno avuto delle cotte e delle delusioni d’amore. Anzi, proprio perché i genitori in primis hanno vissuto sulla loro pelle quella sofferenza, devono spiegare ai figli di capire cosa stanno provando e poi esporre il loro punto di vista. Gli adolescenti apprezzeranno quella onestà e quella discrezione, poiché sanno di trovare nei genitori dei confidenti con i quali aprirsi.

I figli vanno trattati con rispetto, poiché stanno vivendo il loro primo vero dolore amoroso che non sanno come affrontare. Potrebbero fare domande che sembrano ingenue, ma i genitori non devono ridere e anzi devono rispettare la sofferenza dei loro figli.

Le mamme e i papà con gli anni hanno imparato che dalla fine di un amore si può guarire, ma i figli chiaramente ancora non lo sanno. Bisogna quindi dare il giusto sostegno ai propri figli, supportandoli in questa delicata fase e aiutandoli a diventare adulti rispettando i loro sentimenti.

Come sostenere l'autonomia dei bambini

Sostenere l’autonomia dei bambini durante la loro crescita è fondamentale per il loro sviluppo sia emotivo che cognitivo. In quanto genitori il nostro obiettivo è veder crescere felici i nostri figli, sviluppare al meglio le loro capacità e abilità e affrontare le sfide quotidiane con determinazione. Ma come sostenere l’autonomia dei bambini durante la fase di crescita?

Proprio le eccessive aspettative che riponiamo nei nostri figli spingono noi genitori ad essere fin troppi invadenti, privando i bambini della bellezza e dell’emozione della scoperta. I genitori devono invece essere una presenza costante ma discreta, lasciando i bambini liberi di crescere, di esplorare e anche di sbagliare. Sostenere l’autonomia dei nostri figli emerge come un obiettivo fondamentale per la loro crescita, ma bisogna procedere per gradi e seguire alcune direttive.

Come sostenere l’autonomia dei bambini? Gli step iniziali

L’educazione all’autonomia inizia già dai primi mesi di vita del bambino, anche se ovviamente bisogna tenere conto della sua età. Va però considerato che ogni bambino ha i suoi tempi: alcuni iniziano a camminare già a 10 mesi, mentre altri muovono i primi passi solo dopo il primo anno di vita. Alcuni bambini pronunciano le prime parole già nel primo anno di vita, mentre altri imparano a pronunciare frasi o parole addirittura a 2 o 3 anni.

Sicuramente sono importanti gli stimoli motori, verbali, cognitivi o affettivi, ma non bisogna mettere fretta ai bambini. Ognuno ha i suoi tempi, quindi i bambini devono essere lasciati liberi di crescere e di imparare senza fretta, senza che i genitori si sostituiscano a loro.

I genitori devono trasmettere nel bambino la massima fiducia, dimostrando di credere in lui. Questo è uno step fondamentale, poiché rafforza l’autostima e la fiducia in se stesso del piccolo, che crede maggiormente nelle sue capacità. In questo modo il bambino cresce sereno e sicuro e così quando diventerà adolescente o adulto partirà da una solida base di autostima. Imparare ad essere autonomi già da piccoli significa educare il proprio bambino a diventare un adulto indipendente, prendere decisioni liberamente e avere più fiducia in se stessi e negli altri.

Cosa devono fare i genitori?

“Mai aiutare un bambino mentre sta svolgendo un compito nel quale sente di poter avere successo” – questa è una delle frasi più famose di Maria Montessori, che i genitori dovrebbero ripetere nella loro mente come un mantra.

La fretta di rendere i bambini autonomi, la stanchezza o la mancanza di tempo o di spazio potrebbe indurre i genitori a sostituirsi ai figli, senza lasciare loro la libertà di esprimere ed esplorare le loro capacità e di acquisire maggiore autonomia.

Un genitore onnipresente, che impedisce il raggiungimento di una maggiore autonomia del figlio, ne limita la crescita emotiva e cognitiva. Il bambino crescerà con una scarsa fiducia in se stesso, avrà paura di prendersi responsabilità e tenderà sempre a delegare, diventando di fatto facilmente condizionabile.

Ecco quindi alcuni piccoli consigli per i genitori per aiutare il piccolo a raggiungere l’autonomia gradualmente, senza fretta e rispettando i suoi tempi:

  • dategli fiducia;
  • iniziate con le piccole cose;
  • non sostituitevi ai figli;
  • motivateli continuamente;
  • complimentatevi con loro quando raggiungono un obiettivo;
  • “educateli” agli errori e fate capire che sono uno step necessario della crescita;
  • non sgridatelo se sbaglia a fare qualcosa.
Disturbi alimentari in adolescenza

I disturbi alimentari in adolescenza rappresentano un problema sempre più dibattuto e sono aumentati in modo preoccupante soprattutto dopo la pandemia. Generalmente sono il frutto di disagi sociali e psicologici, che si traducono appunto in problemi di alimentazione. Di solito si manifestano nelle ragazze tra i 12 e i 25 anni, ma possono colpire indistintamente anche uomini di qualsiasi età. Per i genitori diventa fondamentale saper intercettare tempestivamente i campanelli d’allarme e quindi intervenire al momento opportuno per evitare che il problema possa aggravarsi ulteriormente.

I 4 disturbi alimentari in adolescenza più diffusi

I disturbi alimentari tra gli adolescenti maggiormente diffusi sono 4:

  1. Anoressia. Questo disturbo si verifica generalmente in adolescenza e nel 95% dei casi colpisce le ragazze. Talvolta l’anoressia parte dal semplice desiderio di perdere peso ma, una volta iniziata la dieta, il soggetto continua col regime dietetico raggiungendo una magrezza eccessiva e preoccupante;
  2. Bulimia. Si tratta di un disturbo ancora più subdolo dell’anoressia, poiché non è accompagnato da un evidente calo del peso. Il soggetto ha un desiderio irrefrenabile di cibo, forse per compensare qualche mancanza, dopodiché si pente e si dedica alla perdita del peso con diete a intermittenza, frenetica attività fisica o vomito autoindotto;
  3. Binge eating. Questo disturbo non è tanto diverso dalla bulimia, infatti il soggetto è portato a mangiare un gran quantitativo di cibo pur senza avere fame. In questo caso però non vengono adottate misure di compensazione, così il soggetto tende a ingrassare in modo preoccupante;
  4. Obesità. Patologia cronica che porta ad un aumento evidente del peso, che può comportare problemi di salute molto seri. La fame smodata è causata spesso da disagi emotivi e relazionali, come solitudine, senso di vuoto o tendenza a sacrificarsi per accontentare gli altri.

Quali sono i campanelli d’allarme ai quali prestare attenzione?

I campanelli d’allarme possono essere visibili già durante l’infanzia ed è in questa fase che bisogna intervenire per evitare che il problema diventi cronico. I sintomi ai quali prestare attenzione sono i seguenti:

  • comportamenti strani a tavola, come il rituale di tagliare il cibo a piccoli pezzettini e mangiarli lentamente;
  • fretta di alzarsi dopo i pasti, dopo i quali il soggetto potrebbe passare molto tempo in bagno forse per vomitare. Anche l’uso continuo di diuretici e lassativi è un segnale da non sottovalutare;
  • ossessione per il peso. Il soggetto ha una vera ossessione per il suo aspetto fisico, soprattutto per il peso;
  • isolamento relazionale e sbalzi emotivi. Il soggetto tende spesso a isolarsi e il suo umore può oscillare rapidamente tra tristezza, stanchezza, irritabilità, rabbia e altri stati emotivi;
  • eccessiva attività fisica. Il soggetto potrebbe essere ossessionato dall’attività fisica, vissuta però non come un piacere ma come un dovere.

Cosa possono fare i genitori, gli educatori e gli insegnanti?

Genitori, educatori e insegnanti per prima cosa devono prestare attenzione ai campanelli d’allarme appena indicati, mantenendo una comunicazione aperta ed empatica con i soggetti interessati e senza giudicarli.

In particolare i genitori devono evitare di rimproverare, criticare, ridicolizzare o minimizzare il disagio che sta vivendo il soggetto. Per avere una diagnosi completa è consigliabile rivolgersi a specialisti del settore, come un medico di base, un nutrizionista e uno psicologo. Dai disturbi alimentari si può guarire, ciò che conta è intervenire al momento opportuno e con i dovuti strumenti per aiutare il soggetto a uscire dal problema prima che si aggravi ancora di più.

Stili educativi genitoriali

Educare i bambini in modo giusto già dalla tenera età è fondamentale per la crescita futura dei propri figli, ma bisogna scegliere il metodo di insegnamento più adatto. Esistono 4 stili educativi genitoriali che analizziamo nei successivi paragrafi, focalizzandoci sugli aspetti più peculiari di ogni singolo approccio. Prima però è necessario soffermarci su due variabili importanti che definiscono lo stile educativo genitoriale: il controllo e il supporto.

Controllo e supporto

Il controllo comprende quelle richieste che i genitori fanno ai loro figli per aiutarli a integrarsi facilmente nella famiglia e nella società, educandoli ad adottare comportamenti maturi nelle diverse circostanze.

Il supporto invece comprende tutte quelle azioni finalizzate a rafforzare l’individualità, l’autoregolazione e l’affermazione di se stessi con amore e apertura al dialogo.

A seconda di come queste variabili si miscelano tra di loro si ottengono 4 stili genitoriali educativi ben differenti tra di loro.

I 4 stili educativi genitoriali

Gli stili educativi genitoriali sono 4:

  1. Lo stile educativo genitoriale autorevole. I genitori stabiliscono delle regole e delle linee guida che il bambino è chiamato a seguire. Si tratta comunque di uno stile tollerante e democratico che si basa sul dialogo. Il genitore educa il figlio ad essere indipendente e autonomo, ma allo stesso tempo sa imporre la sua autorità al momento giusto. Se ci sono gli estremi, il genitore si mostra disponibile alla negoziazione e a rivedere alcune regole. Nel caso le regole non vengano rispettate più che le punizioni si incentiva il bambino a mettere in essere degli atti riparativi rispetto al proprio comportamento di mancanza.
  2. Lo stile educativo genitoriale autoritario. Questo approccio si basa principalmente sul controllo esterno piuttosto che sull’insegnamento dell’autocontrollo e dell’autoregolazione. Il genitore autoritario si aspetta molto dal figlio, è rigido e particolarmente esigente, ma senza fornire il necessario supporto. Il bambino deve rispettare le regole rigide e, se disobbedisce, subisce punizioni fisiche e verbali. Questi bambini non vengono educati ad essere indipendenti o autonomi, né tanto meno a riconoscere i propri limiti.
  3. Stile educativo genitoriale permissivo/indulgente. I genitori hanno scarse aspettative nei confronti del figlio, sono aperti al dialogo e affettuosi e spesso soddisfano i suoi bisogni, ma senza fornire regole e modelli di condotta. Padri e madri che si approcciano con questo stile nutrono affettivamente i figli, ma si relazionano con loro più come amici che come genitori. Il figlio può crescere senza alcun senso di auto-disciplina e secondo alcuni studi questo stile è legato al consumo di alcol e di droghe tra i minorenni.
  4. Stile educativo genitoriale trascurante/rifiutante. In quest’ultimo approccio i genitori si limitano a soddisfare i bisogni primari del bambino, ma senza alcun coinvolgimento emotivo. Il genitore trascurante/rifiutante dà poco peso alle richieste del bambino, anzi spesso le ignora del tutto. Così facendo si crea un vuoto di confini e di regole che determinano lo scarso rendimento a scuola dei bambini che hanno difficoltà cognitive, emotive e relazionali.

Alla luce di quanto detto possiamo concludere che lo stile autorevole è il migliore e quello più equilibrato, poiché dà regole chiare al bambino col quale si mantiene un rapporto aperto al dialogo, né troppo permissivo né troppo repressivo.