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emozioni

I bambini osservano e imitano i genitori: questa non è una frase fatta o un modo di dire, ma è la realtà, soprattutto quando si tratta di emozioni. Per prima cosa è importante capire il contesto in cui il bambino vive, poiché le emozioni possono essere interpretate positivamente o negativamente a seconda della cultura. Una cosa è certa: il modo in cui un bambino impara a conoscere le emozioni, tramite lo specchio dei genitori, influenzerà come si comporterà e interagirà con gli altri. Le emozioni dei bambini sono dunque legate alla cultura, al rapporto con chi si prende cura di loro e a quell’approccio che la psicologia definisce filofosia meta-emotiva che analizziamo nel successivo paragrafo.

Cos’è la filosofia meta-emotiva?

La filosofia meta-emotiva analizza le idee e i sentimenti che le persone hanno sulle loro emozioni e su quelle degli altri. Nello specifico si concentra sulla relazione tra le emozioni dei genitori e dei loro figli.

I comportamenti dei genitori influenzano il modo in cui i figli esprimono, comprendono e regolano le loro emozioni. Se ad esempio i genitori ritengono che la paura sia un sentimento da evitare, probabilmente anche i figli la penseranno allo stesso modo.

Come “educare” i figli alle emozioni?

Alcuni genitori utilizzano intenzionalmente la socializzazione emotiva per aiutare i loro figli ad esprimere, capire e gestire le emozioni, seguendo le norme sociali e culturali. Questi genitori sono veri e propri “allenatori di emozioni”, in quanto vedono le emozioni come opportunità di insegnamento. Aiutano i bambini a verbalizzare le loro emozioni, sia positive che negative, senza ignorarle o sminuirle. Questa filosofia meta-emotiva, nota come Philosophy Emotion Coaching, incoraggia i bambini a sviluppare una buona competenza emotiva e abilità sociali.

Al contrario alcuni genitori seguono la cosiddetta “Dismissing Meta-emotion Philosophy”, di fatto minimizzando o ignorando le emozioni negative dei bambini. I genitori non sono in grado di assistere il bambino quando fa esperienza negative, quindi cercano di distrarlo affinché le superi quanto prima. L’insofferenza dei genitori può portare addirittura a rimproveri o punizioni nei confronti dei figli quando manifestano emozioni poco gradite, come la rabbia o la tristezza.

Le emozioni negative sono viste come pericolose, quindi piuttosto che affrontarle i genitori preferiscono “insabbiarle” o aggirarle. Questo però non è un approccio sano nei confronti dei bambini, che percepiscono le loro emozioni in modo ambiguo con effetti negativi sul loro sviluppo socio-emotivo.

Quanto sono importanti i genitori sulla gestione delle emozioni dei figli?

Diversi studi hanno evidenziato che i bambini con genitori che hanno adottato un’educazione improntata all’accettazione delle emozioni dei figli, sia positive che negative, hanno una maggiore empatia, affrontano le problematiche anziché evitarle e chiedono aiuti nei momenti di difficoltà. Inoltre questi bambini hanno dimostrato una maggiore capacità di regolazione delle emozioni, in base al contesto e tenendo presente la prospettiva dell’altro.

È quindi evidente quanto siano fondamentali i genitori nella gestione delle emozioni dei figli. Tuttavia gli adulti non devono essere abbandonati al loro ruolo genitoriale, ma anche loro hanno bisogno di una figura professionale che funga da guida, in grado di spiegare loro quali sono le strategie e i comportamenti più adeguati da seguire.

I genitori che sono stati educati a “bypassare” le emozioni negative, lo insegneranno a loro volta ai figli. Una figura esperta può invece rompere questa catena e aiutare tanto i genitori quanto i figli a gestire adeguatamente le loro emozioni.

mamma e papà si separano

Mamma e papà si separano: come comunicarlo ai figli? Una domanda che si pongono i genitori sul punto di separarsi e che hanno a cuore la serenità dei lori figli, la cui quotidianità viene inevitabilmente sconvolta. Iniziamo a chiarire una cosa: secondo alcuni studi il 70% dei figli di genitori separati non mostrano particolari disagi sul medio-lungo termine.

E l’altro 30%? I bambini potrebbero sviluppare difficoltà dettate soprattutto dalle situazioni di conflittualità vissute sulla propria pelle, costruendo un’immagine negativa di ogni tipo di situazione sentimentale. Questo significa che bisogna sforzarsi di non litigare proprio davanti ai bambini. Come devono comportarsi i genitori? Come comunicare ai figli la separazione? Domande alle quali rispondiamo nei prossimi paragrafi.

Mamma e papà si separano: come dirlo ai figli?

Situazioni come litigi, risentimenti o ripicche tra i genitori aumentano l’ansia e la tristezza dei bambini, che possono sentirsi colpevoli della situazione. In questi casi i piccoli potrebbero avere problemi di enuresi notturna o diurna, cioè farsi la pipì addosso, richiedere attenzioni continue, avere incubi, problemi di relazione, scarso rendimento scolastico e disturbi di attenzione o concentrazione.

I disagi emergono soprattutto nei primi due anni di separazione ed è proprio in questo periodo che i genitori devono rassicurare i figli, tranquillizzandoli sul fatto che non sono loro la causa dei problemi sorti tra mamma e papà. Inoltre devono rassicurarli sul fatto che mamma e papà, pur non essendo più partner, continueranno ad essere i loro genitori e ad amarli.

Fondamentale è la comunicazione, che deve essere chiara e semplice. Bisogna spiegare ai bambini che mamma e papà non torneranno insieme. Questo chiaramente provocherà ulteriore disagio e tristezza, ma è uno step obbligatorio, per quanto doloroso, per non creare illusioni nei piccoli che verranno poi disattese.

Il bambino poi deve essere ascoltato per spiegare le emozioni che sta vivendo in una fase così delicata della sua vita, senza critiche o giudizi. Solo così il bambino sarà libero di esprimere cosa sta provando e permettere ai genitori di adottare le contromisure necessarie per tranquillizzarlo.

Inoltre è opportuno regolare gli incontri tra i genitori e comunicarli al bambino, evitando così situazioni di ulteriore caos o dubbi nella mente del piccolo.

Quando è opportuno rivolgersi ad uno psicologo?

Rivolgersi ad uno psicologo in caso di separazione è sempre indicato, a maggior ragione se i figli manifestano un’insofferenza che i genitori non sono in grado di gestire.

Un professionista del settore può innanzitutto aiutare i genitori stessi ad elaborare quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato un evento luttuoso, oltre che un fallimento personale. Aiuta ad avere una comunicazione chiara e semplice con il figlio, invitandolo a parlare delle sue emozioni senza che si chiuda in se stesso.

Uno psicologo aiuta gli stessi ex partner a mantenere un rapporto civile tra di loro e a ridurre la conflittualità, cosa che fa bene anche al bambino. In questi casi è necessario coinvolgere anche il bambino?

In linea generale dipende dall’età del bambino e dal modo in cui sta affrontando la situazione, ma sarà comunque il professionista a decidere caso per caso se è il caso di coinvolgere anche il piccolo.

mutismo selettivo

Alcuni bambini, soprattutto nell’età dello sviluppo, possono avere difficoltà a parlare con determinate persone o ad esprimersi in determinati contesti sociali. Potrebbe essere semplice timidezza, ma dietro potrebbe celarsi un altro problema chiamato mutismo selettivo. Analizziamo quali sono i sintomi, le cause e come affrontare questo problema.

I sintomi del mutismo selettivo

Si può parlare di mutismo selettivo quando i bambini “scelgono” di parlare solo con un numero ristretto di persone o in determinati contesti, generalmente familiari dove si sentono più a loro agio.

Tale problema si manifesta invece molto spesso a scuola, dove i bambini sono maggiormente stimolati e devono esprimersi davanti ai compagni di classe o agli insegnanti, una condizione che provoca in loro una sorta di stato di ansia.

I sintomi del mutismo selettivo sono i seguenti:

  • incapacità di riuscire a parlare in determinate situazioni;
  • il disturbo influisce negativamente sul rendimento scolastico;
  • il problema si manifesta anche con interlocutori che il bambino conosce;
  • la condizione non è legata ad altre problematiche come il disturbo della comunicazione, disturbi dello spettro dell’autismo o altri disturbi;
  • inespressività del viso;
  • scarso o assente contatto visivo;
  • immobilità o agitazione;
  • comportamenti oppositivi o aggressivi.

Le cause

Le cause del mutismo selettivo sono diverse, tra le quali possiamo individuare:

  • fattori genetici e fisiologici. Il mutismo selettivo può manifestarsi in quelle famiglie che presentano problematiche legate all’ansia;
  • fattori temperamentali. La timidezza e l’isolamento, che possono manifestarsi nell’incapacità di parlare in determinati contesti o in situazioni nuove, accentuano il problema;
  • fattori ambientali e familiari. Il mutismo selettivo è colpa dei genitori? In linea di massima no, ma alcuni comportamenti dei genitori possono in qualche modo favorire il mutismo selettivo. Genitori timidi o iperprotettivi possono trasmettere la loro ansia ai bambini.

Mutismo selettivo a scuola

Come specificato il mutismo selettivo si manifesta frequentemente a scuola, dove il bambino è sottoposto ad una pressione maggiore. Oltre ad evitare il contatto visivo con l’interlocutore, il bambino potrebbe manifestare il problema con un linguaggio del corpo goffo e impacciato, accompagnato da atteggiamenti tipici come girare la testa, guardare a terra, nascondersi o toccarsi i capelli.

I bambini con questo problema possono avere difficoltà a chiedere di andare in bagno, nascondono il cibo, non riescono a mangiare o lo fanno solo quando i loro compagni hanno finito. Talvolta per comunicare possono usare gesti non verbali come: gesticolare, dire sì o no con la testa, scrivere o esprimersi a monosillabi.

Cosa possono fare i genitori?

La prima cosa che i genitori devono fare è non forzarli a parlare ma, al contrario, creare un contesto sereno e familiare che consente al bambino di esprimersi senza ansie o paure. Il bambino non va punito o minacciato se non parla, né al contrario essere premiato se invece parla.

Non bisogna creare eccessive aspettative, ma mostrare invece fiducia nel bambino come atteggiamento rinforzante. È consigliabile parlare col bambino di una situazione che dovrà affrontare e che potrebbe trasmettergli ansia, così da farlo arrivare preparato e con meno paure.

Si posso usare strategie creative, come giochi e piccole sfide, per aiutarlo ad affrontare meglio le sue ansie. In generale bisogna favorire la sua autonomia e creare un dialogo diretto e costante con la scuola per capire quali sono le situazioni che maggiormente lo inibiscono. Se la situazione non migliora è possibile affrontare il mutismo selettivo con una terapia specifica e pensata apposta con lui con un professionista del settore.

Ansia sociale dei bambini

L’ansia sociale dei bambini, definita anche fobia sociale, è un disturbo che interessa i più piccoli che però non va confuso con una più fisiologica timidezza. Con ansia sociale si fa riferimento alla paura di essere criticati, derisi, umiliati o esclusi dagli altri. Situazioni come parlare in pubblico o interagire con compagni di classe e professori possono rappresentare veri e propri spauracchi.

Sembra che le ragazzine siano maggiormente interessate da questo disturbo, che si manifesta in tutta la sua gravità in età adolescenziale. I genitori hanno dunque l’obbligo di intervenire tempestivamente prima che sia troppo tardi. Nei seguenti paragrafi analizziamo i sintomi dell’ansia sociale e come affrontarla.

I sintomi dell’ansia sociale dei bambini

In base al DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), per diagnosticare una sindrome da ansia sociale è opportuno fare attenzione a questi sintomi:

  • paura o ansia in situazioni sociali in cui bisogna esporsi al giudizio degli altri;
  • paura di mostrare i sintomi dell’ansia;
  • scatti d’ira, pianti, immobilizzazione o aggrappamento al genitore;
  • ritiro sociale che spinge il bambino ad evitare situazioni sociali;
  • paura o ansia sproporzionate rispetto alla situazione che si deve affrontare;
  • manifestazione di fenomeni come ansia e paura per un periodo di almeno 6 mesi, che incidono negativamente sul rendimento scolastico e nel comportamento sociale.

Per quanto riguarda i sintomi fisici dell’ansia sociale, i bambini affetti da questo disturbo possono manifestare:

  • palpitazioni;
  • vertigini;
  • tremori;
  • rossore in volto;
  • vampate di calore;
  • sudorazione eccessiva;
  • gola secca;
  • tensione muscolare;
  • disturbi gastroenterici;
  • bisogno urgente di urinare;
  • disturbi del sonno e di concentrazione;
  • agitazione;
  • affaticabilità.

Nel caso in cui l’ansia e la paura si manifestano solo nel momento in cui bisogna parlare davanti ad altre persone, allora si parla di ansia sociale legata alla performance. Se invece il fenomeno dura meno di 6 mesi, si parla di ansia sociale transitoria.

Cosa devono fare i genitori?

Se questi fenomeni sono continuativi, scadendo nel patologico, allora non si tratta di una semplice timidezza e i genitori sono chiamati a intervenire.

Una buona pratica è quella di “allenare” il figlio ad affrontare la situazione che teme, ad esempio simulandola e dandogli consigli su come superare i momenti difficili, come fare una pausa o prendere un respiro mentre parla. I genitori potrebbero dire al figlio che anche loro a volte si sentono ansiosi, creando così empatia con lui e instaurando un rapporto di fiducia.

Alcuni genitori preferiscono non far partecipare i figli ad eventi che potrebbero causargli ansia, ma non è la soluzione, poiché il problema si evita ma non si risolve. In questi casi il bambino va preparato per tempo, senza punirlo o rimproverarlo. Sarebbe opportuno anche parlare con la maestra, per trovare insieme un modo per far uscire il bambino da questa situazione.

Non bisogna parlare o agire per conto del bambino, che va comunque rassicurato e incoraggiato in continuazione. Se sta facendo una cosa che generalmente gli mette ansia, come ad esempio parlare al telefono, bisogna incoraggiarlo e congratularsi in silenzio con lui, in modo da rafforzare la sua autostima. Sicuramente ci vuole pazienza e abnegazione, ma il lavoro del genitore è anche questo e non bisogna scoraggiarsi davanti alle difficoltà.

Urla dei genitori

Per un genitore può sembrare giusto, anche necessario, sgridare il proprio bambino quando sta facendo qualcosa di vietato, sbagliato o pericoloso. In realtà non è così, anzi, le urla dei genitori possono provocare conseguenze in alcuni casi addirittura catastrofiche sulla crescita del bambino e sulla sua autostima.

Ma quindi come rimproverare i bambini nel modo giusto? Lo analizziamo nei seguenti paragrafi e scoprirai che puoi rimproverare i tuoi figli quando fanno qualcosa di sbagliato senza necessariamente alzare la voce e ottenere comunque i risultati che desideri.

Che effetto hanno le urla dei genitori nei bambini?

Facciamo un piccolo preambolo: sgridare i bambini non sempre è negativo e in alcuni casi è effettivamente necessario. Se ad esempio il bambino sta facendo qualcosa di pericoloso che può mettere a repentaglio la sua incolumità o quella di altri, allora è opportuno sgridarlo. Il bimbo infatti assocerà il rimprovero, chiaramente un’esperienza negativa, ad un’azione pericolosa e sbagliata che quindi non va ripetuta.

In generale però, laddove possibile, sarebbe preferibile evitare di sbraitare e avere atteggiamenti aggressivi verso il bambino. Si rischia altrimenti di danneggiare l’autostima del bambino e di compromettere il suo sviluppo emotivo.

Il bambino resta spaventato dal comportamento del genitore, che viene visto come un nemico e non come una persona di cui potersi fidare. Bisogna inoltre considerare che i figli tendono ad imitare i comportamenti dei genitori. Quindi, se mamma e papà urlano sempre e sono aggressivi, anche i figli tenderanno a imitare i loro comportamenti diventando bambini nervosi e pronti ad alzare la voce per ottenere ciò che vogliono.

Tra l’altro quando si urla ai bambini difficilmente si ottiene ciò che si desidera, anzi, di solito continuano ad urlare ancora più forte. Questo succede perché le urla dei genitori sono come le sculacciate che innescano nel cervello del piccolo un senso di disagio e di pericolo.

Come rimproverare i bambini?

Bisogna partire per prima cosa dal concetto che i genitori sono adulti consapevoli e capaci più o meno di gestire le loro emozioni, mentre i bambini… sono bambini! E’ sempre bene spiegare con parole adatte all’età la motivazione di quella correzione, mettendo in evidenza come per il genitore sia importante in primis che il bambino non si metta in pericolo, e sottolineare sempre che quello che viene detto è per il suo bene.

Invece che urlare contro di loro si potrebbe usare l’arma dell’umorismo, spiegando ad esempio con una storiella divertente o una canzoncina simpatica per spiegare perchè quel  comportamento non è adeguato É una buona idea evidenziare quello che il bimbo ha fatto di buono prima di spiegargli cosa ha fatto di sbagliato, usando una sorta di compensazione.

Si può essere autorevoli anche mantenendo un tono di voce calmo, ma fermo. Va poi spiegato al bambino che urlare e comportarsi da monello non lo aiuterà certo ad ottenere quello che desidera. Inoltre, se urla, diventa complicato capire cosa vuole dire.

Talvolta però mantenere la calma è davvero impossibile e può scappare un rimprovero a voce alta. In tal caso basta fare un sospiro, per poi spiegare al bambino con tono calmo e pacato cosa ha fatto di sbagliato. Educare i bambini a volte è una sfida, ma sicuramente le grida dei genitori non sono un modello di comunicazione costruttivo. Lo sono invece l’ascolto attivo, la gestione delle emozioni e l’uso di strategie di disciplina positiva.

Bugie dei bambini

Bisogna preoccuparsi delle bugie dei bambini? Come vanno interpretate? E perché i bambini mentono? Tutte domande che si pongono i genitori alle prese con una fase della crescita bella ma anche delicata come l’infanzia. Generalmente i bambini mentono per ottenere piccoli e immediati vantaggi. Ad esempio possono dire di aver finito i compiti, quando non l’hanno fatto, per poter andare a giocare ai videogiochi o guardare la tv.

Tuttavia i bambini possono mentire per tanti motivi, magari per non deludere le aspettative dei genitori o per coprire altri amichetti. Nei seguenti paragrafi analizziamo perché i bambini mentono e come devono comportarsi i genitori.

Perché i bambini mentono?

In età prescolare non si può parlare di vere e proprie bugie, quanto piuttosto di storie inventate e dettate dalla fantasia del piccolo che in questa fase della crescita è molto florida. Bisogna interrogarsi maggiormente sulle bugie dei bambini di 7 anni, altra fase di passaggio piuttosto delicata poiché inizia la scuola.

Come detto i bambini in questa fase mentono soprattutto per ottenere vantaggi, ma lo fanno anche per non perdere la stima e l’affetto dei genitori. Questo può succedere quando si ripongono aspettative eccessive nei figli. Se temono di deludere i genitori mentono, omettendo ad esempio un brutto voto a scuola o un litigio con un amichetto.

Ci sono poi le cosiddette bugie protettive di altri, finalizzate cioè a proteggere e coprire amici, compagni o anche adulti. E ancora ci sono le bugie compiacenti: il bambino per non deludere la nonna dice che la sua torta è molto buona, anche se ha un pessimo sapore. Questo tipo di situazione, se continuativa, può diventare pericolosa poiché si rischia di confondere un rapporto buono con un rapporto falso, con conseguenze piuttosto serie quando il bimbo cresce.

Cosa devono fare i genitori davanti alle bugie dei bambini?

Come gestire le bugie dei bambini? Per prima cosa i genitori devono contestualizzare la bugia, per capire come e perché è stata detta. É inutile aggredire, colpevolizzare o sgridare il bambino, questo lo farà chiudere ancora di più a riccio.

Nonostante la delusione bisogna mantenere un rapporto aperto ed empatico, facendo capire al piccolo che può trovare in mamma e papà degli alleati ai quali raccontare sempre la verità. Quando la bugia viene scoperta non bisogna esagerare con le punizioni, ma favorire un dialogo aperto e un confronto autentico con i bambini già in tenera età. Con questo atteggiamento si danno dei valori ai figli sin da bambini, che da adolescenti hanno un rapporto migliore coi genitori e che non dovrebbero mentire.

Come detto i bambini possono mentire per le eccessive aspettative riposte in loro dai genitori, che quindi non devono pretendere troppo da loro. Addossare troppe responsabilità ai bambini può farli sentire inadeguati e frustrati e, se non sanno come gestire una situazione, ricorrono alla bugia come ancora di salvataggio.

Anche i genitori di tanto in tanto dicono bugie, definite “a fin di bene”. Possono sembrare bugie innocenti e innocue ma, pur riconoscendone la buona fede, in questo modo i genitori non sono di buon esempio per i bambini. Sarebbe quindi preferibile dire sempre la verità ai bambini, magari ovattandola e omettendo le parti più spiacevoli, così da essere un ottimo esempio per i propri figli.

Gratificazione ritardata nei bambini

La gratificazione ritardata è un meccanismo del cervello che ci spinge a rimandare i piaceri, facendo prima i doveri. Ad esempio molte persone a tavola mangiano prima i cibi poco graditi, per poi gustarsi i cibi preferiti come una sorta di ricompensa. Tale meccanismo esiste anche nei bambini ma, considerando la loro difficoltà nel gestire gli impulsi, vanno educati. La gratificazione ritardata nei bambini è un meccanismo molto delicato, che va gestito con oculatezza poiché ha ripercussioni evidenti anche da adulti sull’autocontrollo e sulla fiducia in loro stessi. Sulla gratificazione ritardata dei bambini sono stati effettuati molti esperimenti e uno dei più famosi è quello dello psicologo Walter Mischel nel 1972, ribattezzato l’esperimento marshmallow.

La gratificazione ritardata nei bambini spiegata con l’esperimento marshmallow

L’esperimento di Mischel era molto semplice: ad un bambino di 4 anni veniva dato un marshmallow, dopodiché lo psicologo andava via per 15 minuti. Al bambino veniva spiegato che, se fosse riuscito a non mangiare il dolcino, gliene sarebbe stato dato un altro come premio. L’esperimento è stato condotto su un totale di 600 bambini.

Ebbene solo una piccola minoranza dei bambini aveva mangiato subito il dolcino, mentre una buona parte era riuscito a resistere per ottenere un premio maggiore in seguito, per l’appunto una gratificazione ritardata. Le strategie di autocontrollo erano delle più disparate: c’era chi si copriva gli occhi per non guardare o chi si girava per non avere sotto il naso per tutto il tempo il marshmallow.

Negli anni successivi quegli stessi bambini sono stati monitorati e i risultati sono stati molto interessanti. I bambini che erano riusciti a resistere alla tentazione di mangiare subito il dolcino, dimostrando un maggiore autocontrollo, hanno ottenuto migliori risultati a scuola, ma anche in ambito professionale e in altri aspetti della vita, come l’autostima e la fiducia in loro stessi.

Al contrario i bambini che non erano riusciti a controllare i loro desideri e avevano subito mangiato il dolcino, hanno avuto risultati scadenti a scuola e anche più incertezze nella vita. Va sottolineato che sulla capacità di autocontrollo dei bambini dipende molto anche il contesto sociale circostante. Se vivono in un ambiente con molti dubbi e incertezze, sono più inclini a cedere subito alle tentazioni, senza avere quindi grande capacità di autocontrollo.

Come migliorare l’autocontrollo dei bambini?

A questo punto sorge una domanda: è possibile allenare ed educare i bambini alla gratificazione ritardata? Sì certo e i genitori sono chiamati a fare la loro parte per insegnare ai loro figli ad autocontrollarsi e gestire i loro desideri.

Come? Con piccoli e semplici gesti. Ad esempio bisogna invitare i bambini a fare piccole faccende quotidiane, come rifare il letto, preparare la tavola o dare da mangiare ad un animale domestico. Basta mettere in pratica un semplice proverbio: “prima il dovere e poi il piacere”.

Inoltre non bisogna consentire ai bambini di accedere sempre e comunque ai dispositivi tecnologici, usati spesso come antidoto alla noia, ma piuttosto è consigliabile spingerli a fare giochi da tavolo o di movimento.

Si può insegnare ai bambini a collezionare punti con l’obiettivo di raggiungere un premio finale, così saranno più spronati a limitare i loro istinti e verranno responsabilizzati. Altro buon consiglio è quello di non aiutare i bambini ogni volta che sono in difficoltà, ma spronarli ad impegnarsi per trovare la soluzione. Piccoli consigli che aiutano i bambini a responsabilizzarsi già in tenera età e a diventare adulti disciplinati e con un’ottima capacità di autocontrollo.

creativi equilibrio

La parola “creatività” entra nel lessico italiano solo negli anni Cinquanta.
Nei secoli passati l’atto creativo era attribuito infatti esclusivamente alla divinità. Da questo si ritiene che essa sia ancora oggi una prerogativa di pochi eletti.
Ma è davvero così?

Che cosa significa creare?
La creatività è la capacità di scoprire rapporti tra idee, cose e situazioni producendo qualcosa di nuovo utile ed innovativo.
La creatività in questi termini si realizza in ogni ambito: dal ricercare un modo personale di lavorare, di parlare, di scrivere, di vestire, di arredare. È l’atto dell’evolvere che ha, quindi, le sue basi nel bisogno e nel piacere di evoluzione in ogni campo.

A cosa può servire una mente creativa?
L’essere creativi è un’ atteggiamento mentale basato sulla fiducia nella propria capacità osservativa della realtà, di discernere le proprie emozioni e pensieri in relazione agli eventi che la vita ci pone di fronte, con l’idea di poter progettare soluzioni e migliorare la qualità della propria e altrui vita.
La persona creativa esercita un maggiore controllo sulla propria vita percependo un maggiore senso di efficacia sociale sentendo di arricchire gli altri di un cambiamento positivo.
L’atteggiamento creativo ha quindi come risultato ultimo di migliorare la qualità della relazione con se stessi e con gli altri, fa sentire innovativi e vincenti e fa sentire di poter dare un contributo unico.

Formare una personalità creativa nei bambini si può?
Guilford (1967), De Bono (2007) e altri studiosi dell’intelligenza ritengono che la creatività sia associata ad una forma di pensiero che viene definito pensiero divergente così denominato proprio perché la sua caratteristica è quella di generare molte soluzioni, spesso insolite, per rispondere a problemi per i quali il pensiero convergente trova soluzioni standard, efficaci, ma scontate.
Uno dei primi compiti dei genitori e degli educatori è, dunque, quello di offrire al bambino, fin da piccolo delle opportunità per esprimere le proprie potenzialità. È importante permettergli di affermare la propria personalità che inizia a manifestarsi con i primi “no” all’ età di tre anni. Rispettare questo passaggio è fondamentale per riconoscere l’individualità del bambino e permettergli di sviluppare una propria personalità. Permettere ogni tanto delle piccole sbavature e trasgressioni alle regole sostiene il bambino nell’ affermazione del proprio Io come “essere” unico nel mondo.
È fondamentale inoltre che il bambino possa coltivare dei momenti dedicati esclusivamente al gioco libero, quindi meno strutturato, dove possa lasciarsi andare alla fantasia. È altrettanto fondamentale dare ascolto empatico che valorizzi il suo pensiero e condividere momenti in cui anche noi adulti, senza perdere di vista il nostro ruolo, possiamo lasciarci andare alla fantasia e a soluzioni meno convenzionali ma altrettanto valide.