emozioni

I bambini osservano e imitano i genitori: questa non è una frase fatta o un modo di dire, ma è la realtà, soprattutto quando si tratta di emozioni. Per prima cosa è importante capire il contesto in cui il bambino vive, poiché le emozioni possono essere interpretate positivamente o negativamente a seconda della cultura. Una cosa è certa: il modo in cui un bambino impara a conoscere le emozioni, tramite lo specchio dei genitori, influenzerà come si comporterà e interagirà con gli altri. Le emozioni dei bambini sono dunque legate alla cultura, al rapporto con chi si prende cura di loro e a quell’approccio che la psicologia definisce filofosia meta-emotiva che analizziamo nel successivo paragrafo.

Cos’è la filosofia meta-emotiva?

La filosofia meta-emotiva analizza le idee e i sentimenti che le persone hanno sulle loro emozioni e su quelle degli altri. Nello specifico si concentra sulla relazione tra le emozioni dei genitori e dei loro figli.

I comportamenti dei genitori influenzano il modo in cui i figli esprimono, comprendono e regolano le loro emozioni. Se ad esempio i genitori ritengono che la paura sia un sentimento da evitare, probabilmente anche i figli la penseranno allo stesso modo.

Come “educare” i figli alle emozioni?

Alcuni genitori utilizzano intenzionalmente la socializzazione emotiva per aiutare i loro figli ad esprimere, capire e gestire le emozioni, seguendo le norme sociali e culturali. Questi genitori sono veri e propri “allenatori di emozioni”, in quanto vedono le emozioni come opportunità di insegnamento. Aiutano i bambini a verbalizzare le loro emozioni, sia positive che negative, senza ignorarle o sminuirle. Questa filosofia meta-emotiva, nota come Philosophy Emotion Coaching, incoraggia i bambini a sviluppare una buona competenza emotiva e abilità sociali.

Al contrario alcuni genitori seguono la cosiddetta “Dismissing Meta-emotion Philosophy”, di fatto minimizzando o ignorando le emozioni negative dei bambini. I genitori non sono in grado di assistere il bambino quando fa esperienza negative, quindi cercano di distrarlo affinché le superi quanto prima. L’insofferenza dei genitori può portare addirittura a rimproveri o punizioni nei confronti dei figli quando manifestano emozioni poco gradite, come la rabbia o la tristezza.

Le emozioni negative sono viste come pericolose, quindi piuttosto che affrontarle i genitori preferiscono “insabbiarle” o aggirarle. Questo però non è un approccio sano nei confronti dei bambini, che percepiscono le loro emozioni in modo ambiguo con effetti negativi sul loro sviluppo socio-emotivo.

Quanto sono importanti i genitori sulla gestione delle emozioni dei figli?

Diversi studi hanno evidenziato che i bambini con genitori che hanno adottato un’educazione improntata all’accettazione delle emozioni dei figli, sia positive che negative, hanno una maggiore empatia, affrontano le problematiche anziché evitarle e chiedono aiuti nei momenti di difficoltà. Inoltre questi bambini hanno dimostrato una maggiore capacità di regolazione delle emozioni, in base al contesto e tenendo presente la prospettiva dell’altro.

È quindi evidente quanto siano fondamentali i genitori nella gestione delle emozioni dei figli. Tuttavia gli adulti non devono essere abbandonati al loro ruolo genitoriale, ma anche loro hanno bisogno di una figura professionale che funga da guida, in grado di spiegare loro quali sono le strategie e i comportamenti più adeguati da seguire.

I genitori che sono stati educati a “bypassare” le emozioni negative, lo insegneranno a loro volta ai figli. Una figura esperta può invece rompere questa catena e aiutare tanto i genitori quanto i figli a gestire adeguatamente le loro emozioni.

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Attaccamento sicuro bambino: il ruolo dei genitori nello sviluppo emotivo

Attaccamento sicuro bambino significa costruire, fin dai primi anni di vita, una relazione affettiva stabile, protettiva e sufficientemente prevedibile tra il bambino e le sue figure di riferimento.

La relazione tra genitore e bambino è un elemento centrale per lo sviluppo emotivo, sociale e psicologico. Non riguarda soltanto la cura quotidiana, ma anche il modo in cui il bambino viene accolto, consolato, ascoltato e aiutato a dare significato alle proprie emozioni.

Attraverso la relazione con il genitore, il bambino costruisce progressivamente un’immagine di sé, degli altri e del mondo. Se sperimenta una presenza adulta sufficientemente sensibile e disponibile, avrà maggiori possibilità di sentirsi al sicuro, di fidarsi e di sviluppare competenze emotive più solide.

La famiglia rappresenta quindi il primo contesto relazionale. Al suo interno possono esserci fattori protettivi, che favoriscono una crescita sana, ma anche fattori di rischio, che possono rendere più fragile il percorso evolutivo.

Attaccamento sicuro bambino: perché è importante

L’attaccamento sicuro bambino è importante perché offre al bambino una base emotiva da cui partire per esplorare il mondo.

Un bambino non ha bisogno di un genitore perfetto. Ha bisogno di un adulto sufficientemente presente, capace di rispondere ai suoi bisogni, di proteggerlo nei momenti di difficoltà e di aiutarlo a regolare le emozioni.

Quando il bambino si sente accolto e contenuto, impara gradualmente che le emozioni possono essere attraversate. Può avere paura, arrabbiarsi, sentirsi triste o frustrato, ma può anche sperimentare che qualcuno resta accanto a lui e lo aiuta a ritrovare calma.

Questa esperienza ripetuta nel tempo diventa una forma di sicurezza interna. Il bambino sente di poter chiedere aiuto, di poter essere ascoltato e di non dover affrontare da solo ciò che prova.

Genitorialità e ruolo dei genitori

Diventare genitori non è soltanto un evento legato alla nascita di un figlio. È un processo psicologico profondo, che modifica l’identità personale, la coppia e il modo di percepire se stessi.

La nascita di un bambino può riattivare ricordi, emozioni e vissuti legati alla propria storia familiare. A volte emergono tenerezza, desiderio di cura e senso di protezione. Altre volte possono riaffiorare paure, insicurezze, conflitti irrisolti o sentimenti di inadeguatezza.

Ogni genitore, in modo più o meno consapevole, si confronta con la propria esperienza di figlio. Il modo in cui è stato accudito, ascoltato o trascurato può influenzare il modo in cui oggi si relaziona con il proprio bambino.

Essere consapevoli di questi aspetti non serve a colpevolizzarsi. Serve piuttosto a comprendere meglio ciò che accade nella relazione e a distinguere i bisogni reali del bambino dai vissuti emotivi dell’adulto.

attaccamento sicuro bambino

Attaccamento sicuro bambino e base sicura

Secondo John Bowlby, il bambino nasce con una predisposizione naturale a cercare vicinanza, protezione e sicurezza nelle figure adulte di riferimento.

Questa ricerca non è un capriccio. È un bisogno profondo, legato alla sopravvivenza emotiva e alla costruzione della fiducia.

Quando il genitore risponde in modo sufficientemente sensibile, prevedibile e affettuoso, il bambino può sviluppare una base sicura.

La base sicura permette al bambino di esplorare il mondo sapendo di poter tornare a un adulto disponibile nei momenti di paura, stanchezza o difficoltà.

In altre parole, il bambino può allontanarsi perché sa di poter ritornare. Può sperimentare perché sente di avere un punto di riferimento. Può crescere perché non si sente solo davanti alle proprie emozioni.

Per questo l’attaccamento sicuro bambino non limita l’autonomia. Al contrario, la rende possibile.

Le difficoltà nella relazione genitore bambino

Nella relazione tra genitore e bambino possono comparire difficoltà diverse. Alcune sono normali e fanno parte del percorso di crescita. Altre, invece, possono diventare più rigide e influenzare il clima familiare.

Un genitore molto spaventato dal conflitto, per esempio, può faticare a porre limiti chiari. Può sentirsi in colpa, cedere continuamente o evitare ogni frustrazione al bambino. In questi casi il bambino può apparire forte e oppositivo, ma interiormente può sentirsi poco contenuto.

Al contrario, un genitore distante, svalutante o poco disponibile emotivamente può trasmettere al bambino la sensazione di non essere visto, ascoltato o abbastanza importante.

Il punto non è giudicare il genitore. Nessun adulto è sempre calmo, disponibile e centrato. Il punto è osservare se certe modalità diventano ripetitive e se il bambino, nella relazione, riesce a sentirsi sufficientemente sicuro.

Gli stili di attaccamento nel bambino

Mary Ainsworth, attraverso la procedura della Strange Situation, ha osservato diversi stili di attaccamento nel bambino.

Nell’attaccamento sicuro, il bambino cerca il genitore nei momenti di difficoltà e riesce a calmarsi grazie alla sua presenza. Il genitore viene vissuto come una figura affidabile, capace di offrire protezione e conforto.

Nell’attaccamento insicuro evitante, il bambino sembra non mostrare particolare disagio durante la separazione, ma tende a evitare il contatto emotivo con il genitore al momento del ricongiungimento.

Nell’attaccamento insicuro ambivalente, il bambino appare molto angosciato, fatica a calmarsi e può mostrare comportamenti contraddittori: cerca il genitore, ma allo stesso tempo sembra arrabbiato o inconsolabile.

Successivamente Mary Main ha descritto anche l’attaccamento disorganizzato, caratterizzato da comportamenti confusi, contraddittori o disorientati nella relazione con il caregiver.

Questi stili non devono essere usati come etichette rigide. Sono strumenti utili per comprendere meglio come il bambino vive la relazione con l’adulto e quanto si sente al sicuro nel legame.

Attaccamento sicuro bambino e sviluppo futuro

L’attaccamento sicuro bambino può influenzare il modo in cui il bambino costruirà le relazioni future.

Attraverso le prime esperienze con il genitore, il bambino sviluppa rappresentazioni interne di sé e degli altri. Può imparare di essere degno di amore, attenzione e cura. Oppure, al contrario, può crescere con la sensazione di dover nascondere i propri bisogni emotivi.

Un bambino che ha sperimentato ascolto, contenimento e disponibilità emotiva avrà maggiori possibilità di sviluppare fiducia, autonomia e capacità di regolare le emozioni.

Questo non significa che non incontrerà difficoltà. Significa però che porterà dentro di sé una traccia affettiva importante: l’esperienza di essere stato visto, accolto e aiutato nei momenti difficili.

La relazione con il genitore diventa così una prima mappa interna, che orienta il modo in cui il bambino percepisce se stesso, gli altri e le relazioni.

Quando chiedere una consulenza genitoriale

A volte il rapporto con il figlio diventa faticoso. Le discussioni aumentano, il bambino sembra non ascoltare, il genitore si sente spesso arrabbiato, impotente o in colpa.

In questi casi può essere utile fermarsi e chiedere un supporto professionale.

La consulenza genitoriale online può aiutare il genitore a comprendere meglio le dinamiche relazionali, riconoscere i bisogni emotivi del bambino e trovare modalità più efficaci per comunicare, porre limiti e riparare le fratture.

Non si tratta di diventare genitori perfetti. Si tratta di costruire una relazione più consapevole, più sicura e più capace di sostenere la crescita del bambino.

Conclusioni

L’attaccamento sicuro bambino è una base fondamentale per lo sviluppo emotivo. Attraverso la relazione con il genitore, il bambino impara a conoscere se stesso, a fidarsi degli altri e a dare significato alle proprie emozioni.

Il ruolo del genitore è complesso e delicato. Diventare genitori può riattivare vissuti personali, paure e fragilità, ma può anche diventare un’occasione preziosa di consapevolezza e trasformazione.

Una relazione sicura non nasce dall’assenza di errori. Nasce dalla possibilità di osservare, comprendere, riparare e continuare a costruire il legame.

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A volte il rapporto con il figlio diventa faticoso. Le discussioni aumentano, il bambino sembra non ascoltare, il genitore si sente spesso arrabbiato, impotente o in colpa.

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https://www.saramengonipsicologa.it/percorso-genitorialita-online/

Conclusioni

Genitorialità e attaccamento sono alla base dello sviluppo emotivo del bambino. Attraverso la relazione con il genitore, il bambino impara a conoscere se stesso, a fidarsi degli altri e a dare significato alle proprie emozioni.

Il ruolo del genitore è complesso e delicato. Diventare genitori può riattivare vissuti personali, paure e fragilità, ma può anche diventare un’occasione preziosa di consapevolezza e trasformazione.

Una relazione sicura non nasce dall’assenza di errori. Nasce dalla possibilità di osservare, comprendere, riparare e continuare a costruire il legame.

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Genitori e figli

Potremmo dire che oggi “non esistono più i genitori di una volta”, dal momento che è profondamente cambiato il rapporto tra genitori e figli. Un tempo i genitori erano autoritari, anche severi, la loro parola era legge e il rapporto con i figli era unilaterale. Oggi l’autorità ha lasciato spazio all’autorevolezza e i genitori sono più empatici con i figli, cercando di capire le loro reali esigenze ed essendo più morbidi nei loro confronti.

Un lavoro importante lo ha svolto la cosiddetta psicologia dei bambini, che mette al centro le necessità dei più piccoli per capire quali sono le loro problematiche e quali strumenti e comportamenti adottare per garantire loro una crescita più sana.

Com’è cambiato oggi il rapporto tra genitori e figli?

La famiglia tradizionale, dove comandava il padre-famiglia quasi senza diritto di replica dei figli che dovevano ubbidire sommessamente, è stata gradualmente sostituita da una famiglia autorevole ma affettiva, che presta più attenzione all’emotività dei più piccoli.

I genitori dettano sempre le regole da seguire, ma lo fanno in maniera più morbida e tramite il dialogo, strumento fondamentale per far capire ai bambini perché una cosa non si può fare. Il confronto è un altro fattore determinante per costruire un rapporto aperto e sincero, senza imposizioni che rischiano di allontanare i figli dai genitori.

Quali sono i rischi?

Il rapporto genitori-figli negli ultimi anni ha subito una piccola rivoluzione e, quando le cose cambiano così radicalmente, ci sono dei rischi da affrontare.

Il pericolo più evidente è che il figlio non veda nel genitore una figura autorevole, quanto piuttosto un amico. Questo è un rischio assolutamente da scongiurare, altrimenti il padre o la madre possono perdere la loro funzione di guida e di educatore. Un’eccessiva confidenza paradossalmente rende il bambino troppo libero di fare ciò che vuole, col rischio di non riuscire a trovare la sua autonomia. Sta ai genitori definire bene i confini di questo rapporto: va bene essere comprensivi e anche complici, purché si mantenga l’autorevolezza necessaria per svolgere il compito di educatori.

Ci sono delle trappole anche per i genitori, che rischiano di identificarsi nei loro figli e magari rivivere in loro, senza accettare la loro individualità o ignorando i loro desideri. Magari possono imporre ai figli di fare ciò in cui loro hanno fallito, ma quello potrebbe non essere il desiderio dei figli.

Questo rischio è ancora più accentuato nelle famiglie moderne, che spesso hanno un figlio unico sul quale si riversa tutta l’attenzione dei genitori. Insomma l’amore genitoriale per certi versi rischia di essere quasi soffocante, impedendo al bambino di esprimere la sua personalità e di trovare la sua autonomia per autodeterminarsi e autorealizzarsi un giorno. I genitori devono quindi darsi un freno e non essere troppo presenti, per non dire troppo invadenti, nella vita dei figli, come una presenza costante ma discreta.

Mamma e papà: due figure intercambiabili?

Infine, va fatta un’ultima considerazione relativa al ruolo della madre e del padre. Oggi, il ruolo dei genitori è più flessibile e meno rigido nella gestione delle funzioni genitoriali. Questo cambiamento è determinato dal fatto che sempre più madri lavorano fuori casa e sempre più padri si occupano delle faccende domestiche e della cura dei figli.

Tuttavia, è importante tenere a mente che, dal punto di vista culturale, esistono ancora alcune differenze nell’identità genitoriale. Tradizionalmente, la figura materna è maggiormente associata alla cura e all’accudimento, mentre quella paterna è più orientata verso la definizione delle regole, la gestione dei limiti e l’introduzione alla realtà esterna. Pur nella flessibilità dei ruoli moderni, riconoscere queste specificità può aiutare a garantire un equilibrio armonioso nell’educazione dei figli.

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funzioni della genitorialità

Funzioni della genitorialità: quali sono e perché sono importanti

Le funzioni della genitorialità riguardano l’insieme delle capacità emotive, relazionali, educative e simboliche che permettono a un adulto di prendersi cura di un figlio.

Non esiste un manuale perfetto per fare il genitore. Essere madre o padre è un’esperienza che si costruisce nel tempo, spesso “sul campo”, attraverso tentativi, errori, intuizioni, crisi e trasformazioni.

Diventare genitori non significa solo occuparsi dei bisogni pratici di un bambino. Significa entrare in un ruolo nuovo, che coinvolge profondamente l’identità personale, la storia familiare, la coppia, il modo di amare, contenere, proteggere e porre limiti.

La genitorialità, infatti, non è solo un insieme di comportamenti. È anche uno spazio interno che si attiva con la nascita di un figlio e che porta l’adulto a passare da una posizione di “figlio che è stato accudito” a quella di “adulto che si prende cura”.

Questo passaggio può essere ricco, vitale e trasformativo, ma può anche riattivare ansie, fragilità, dubbi e conflitti personali.

Funzioni della genitorialità: cosa significa essere genitori

Quando parliamo di funzioni della genitorialità, non ci riferiamo soltanto al fatto di avere un figlio.

Essere genitori significa costruire giorno dopo giorno una relazione capace di offrire al bambino protezione, affetto, contenimento, limiti, significato e appartenenza.

Un genitore non deve essere perfetto. La perfezione, nella relazione educativa, non esiste. Ciò che conta è la possibilità di essere sufficientemente presenti, di riconoscere i bisogni del figlio e di riparare quando qualcosa nella relazione si incrina.

La genitorialità è quindi un processo complesso: riguarda il bambino, ma riguarda anche l’adulto e la sua storia.

Funzioni della genitorialità: le 12 funzioni principali

Le principali funzioni della genitorialità possono essere descritte come diverse modalità attraverso cui il genitore sostiene la crescita emotiva, relazionale e psicologica del figlio.

Funzione protettiva

La funzione protettiva è una delle più immediate. Il genitore protegge, accudisce e si prende cura del bambino.

Questa funzione riguarda la sicurezza fisica, ma anche quella emotiva. Un bambino ha bisogno di sentire che l’adulto è presente, disponibile e capace di intervenire quando lui si sente fragile, spaventato o in difficoltà.

Funzione affettiva

La funzione affettiva riguarda la capacità del genitore di entrare in sintonia emotiva con il figlio.

Significa riconoscere le emozioni del bambino, accoglierle e rispondere in modo sufficientemente sensibile. Attraverso questa sintonizzazione, il bambino impara gradualmente a dare un nome a ciò che prova.

Funzione regolativa

La funzione regolativa è la capacità del genitore di aiutare il bambino a gestire i propri stati emotivi.

Un bambino piccolo non è ancora in grado di regolare da solo rabbia, paura, frustrazione o tristezza. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a calmarsi, a comprendere ciò che sente e a organizzare risposte più adeguate.

Nel tempo, questa regolazione esterna diventa una competenza interna.

Funzione normativa

La funzione normativa riguarda la capacità del genitore di porre limiti, regole e confini.

I limiti non servono a controllare il bambino in modo rigido. Servono a offrirgli una struttura. Un bambino senza confini può sentirsi apparentemente libero, ma spesso anche disorientato e poco contenuto.

Una regola data con fermezza e comprensione aiuta il bambino a sentirsi più sicuro.

Funzione predittiva

La funzione predittiva riguarda la capacità del genitore di osservare lo sviluppo del figlio e cogliere i passaggi evolutivi.

Ogni bambino cresce con tempi propri. Il genitore, osservandolo, può intuire quando è pronto per nuove autonomie, nuove responsabilità o nuove esperienze.

Questa funzione richiede attenzione, ascolto e capacità di non forzare troppo, ma anche di non trattenere eccessivamente.

Funzione rappresentativa

La funzione rappresentativa riguarda il modo in cui il genitore si rappresenta il figlio nella propria mente.

Ogni genitore porta dentro di sé un’immagine del proprio bambino: come lo vede, cosa si aspetta da lui, quali significati attribuisce ai suoi comportamenti.

Queste rappresentazioni influenzano profondamente la relazione. Un bambino visto come “difficile”, “fragile”, “capriccioso” o “sempre oppositivo” rischia di essere incontrato sempre attraverso quella lente.

Funzione significante

La funzione significante riguarda la capacità del genitore di dare senso alle esperienze del bambino.

Il bambino vive emozioni intense, ma non sempre riesce a comprenderle. Il genitore può aiutarlo a trasformare ciò che sente in qualcosa di pensabile.

Per esempio, può dire: “Forse ti sei arrabbiato perché volevi continuare a giocare” oppure “Ti sei spaventato quando sono uscita dalla stanza”.

Dare parole alle emozioni aiuta il bambino a costruire pensiero.

Funzione fantasmatica

La funzione fantasmatica riguarda le fantasie, le aspettative e le immagini inconsce che il genitore porta nella relazione con il figlio.

Ogni figlio nasce dentro una storia familiare già esistente. Prima ancora di essere conosciuto davvero, può essere immaginato, desiderato, temuto o investito di aspettative.

Riconoscere questi aspetti è importante per lasciare al bambino lo spazio di diventare se stesso.

Funzione proiettiva

La funzione proiettiva riguarda la tendenza, spesso inconsapevole, a proiettare sul figlio parti di sé, desideri, paure o bisogni non elaborati.

Un genitore può aspettarsi che il figlio realizzi ciò che lui non ha potuto realizzare, oppure può leggere nei suoi comportamenti qualcosa che appartiene più alla propria storia che al bambino reale.

Diventare consapevoli di queste proiezioni aiuta a incontrare il figlio per ciò che è, non solo per ciò che rappresenta.

Funzione triadica

La funzione triadica riguarda la capacità di costruire uno spazio relazionale in cui il bambino possa vivere il rapporto con entrambi i genitori, o comunque con più figure significative, senza sentirsi intrappolato in alleanze o conflitti.

Questa funzione è importante perché il bambino ha bisogno di sentire che gli adulti intorno a lui possono collaborare, anche quando non sono sempre d’accordo.

Funzione differenziale

La funzione differenziale riguarda la presenza di modalità diverse nella relazione genitoriale.

Ogni genitore porta caratteristiche proprie: modi diversi di consolare, giocare, porre limiti, sostenere l’autonomia. Queste differenze, quando non diventano conflitto distruttivo, arricchiscono l’esperienza del bambino.

Il bambino può così sperimentare più registri relazionali e sviluppare maggiore flessibilità.

Funzione transgenerazionale

La funzione transgenerazionale riguarda l’inserimento del bambino nella storia familiare.

Ogni figlio nasce dentro una genealogia fatta di racconti, legami, perdite, desideri, valori e memorie. Il genitore trasmette, anche senza accorgersene, parti della propria storia familiare.

Questa trasmissione può essere una risorsa, ma può anche portare con sé nodi irrisolti. Per questo è importante interrogarsi su ciò che si sta consegnando al figlio.

funzioni della genitorialità

Un momento di ascolto e vicinanza tra genitore e bambino.

Funzioni della genitorialità e sviluppo del bambino

Le funzioni della genitorialità contribuiscono allo sviluppo emotivo, affettivo, relazionale e sociale del bambino.

Quando il genitore riesce a proteggere, contenere, ascoltare, porre limiti e dare significato alle esperienze, il bambino può crescere con una maggiore sicurezza interna.

Questo non significa crescere senza difficoltà. Significa avere accanto adulti capaci di aiutare il bambino ad attraversarle.

Il ruolo genitoriale diventa ancora più delicato in alcune fasi specifiche: l’ingresso a scuola, i cambiamenti familiari, la separazione dei genitori, i lutti, i momenti traumatici, l’adolescenza o la comparsa di comportamenti problematici.

In questi passaggi, il genitore può sentirsi disorientato e avere bisogno di uno spazio di confronto.

Funzioni della genitorialità: quando chiedere sostegno

Chiedere aiuto non significa essere genitori incapaci. Significa riconoscere che alcuni momenti richiedono uno sguardo esterno e competente.

Un percorso di sostegno alla genitorialità può essere utile quando:

il rapporto con il figlio è diventato molto conflittuale;
il bambino o l’adolescente mostra segnali di disagio;
i genitori fanno fatica a porre limiti;
le richieste quotidiane diventano continue lotte;
ci si sente spesso in colpa, arrabbiati o impotenti;
un evento familiare ha cambiato gli equilibri;
la comunicazione sembra bloccata.

Uno spazio psicologico può aiutare il genitore a comprendere meglio cosa sta accadendo, leggere il comportamento del figlio in modo più profondo e trovare modalità relazionali più efficaci.

Funzioni della genitorialità: conclusioni

Le funzioni della genitorialità mostrano quanto il ruolo del genitore sia complesso e trasformativo.

Essere genitori non significa solo educare, correggere o dare regole. Significa proteggere, amare, contenere, significare, rappresentare, trasmettere e accompagnare il bambino nella costruzione di sé.

Nessun genitore riesce a svolgere tutte queste funzioni in modo perfetto e costante. Non è questo l’obiettivo.

L’obiettivo è diventare progressivamente più consapevoli del proprio modo di stare nella relazione con il figlio, riconoscendo ciò che funziona, ciò che si ripete e ciò che può essere trasformato.


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challenge

Le challenge o le sfide social sono diventate vere e proprie manie e ogni bambino o adolescente, almeno una volta nella vita, vi ha probabilmente partecipato. Ma di cosa si tratta? Sono per l’appunto sfide dove le persone sono chiamate a partecipare da amici e parenti e a loro volta ne devono nominare altri.

Detta così può sembrare una cosa innocua, anche divertente, e in effetti alcune sfide sono piuttosto simpatiche e hanno degli scopi benefici. Il problema è che sui social tutto viene estremizzato e c’è stato chi ha portato queste sfide ad un livello eccessivo, addirittura pericoloso e in alcuni casi mortale.

Perché bambini e adolescenti sono attratti dalle challenge?

Sono diversi i motivi che spingono adolescenti e bambini a partecipare alle sfide social, anche quelle pericolose. Magari lo fanno per provare il brivido della trasgressione, per essere accettati e sentirsi parte di un gruppo o, perché no, anche per allacciare nuove relazione sul web, che molti scambiano purtroppo per il mondo reale.

Le sfide rischiose per certi versi sono anche più appetibili, poiché vengono messe in atto per dimostrare a se stessi e agli altri di essere forti, oppure per ricevere approvazione non solo dai propri amici, ma soprattutto dal mondo virtuale dove basta un “mi piace” per sentirsi appagati.

Del resto la ricerca di approvazione è un comportamento piuttosto diffuso tra gli adolescenti, a maggior ragione nel mondo social o nell’online dove tutto è amplificato.

I genitori come possono aiutare i loro figli?

I genitori dinanzi alle challenge generalmente reagiscono in due modi: le sottovalutano o le ritengono situazioni pericolose sempre e comunque. Come sempre la risposta giusta sta nel mezzo.

Non bisogna sottovalutare le challenge, poiché non sono fake news o notizie gonfiate dai giornali. Alcune sfide social hanno portato addirittura alla morte di giovani e bambini, stritolati in un “gioco” che è diventato più grande di loro. Monitorare i propri figli e i loro comportamenti è quindi il primo passo da fare per evitare che possano essere risucchiati nell’abisso di qualche challenge potenzialmente pericolosa o mortale.

Allo stesso tempo non bisogna demonizzare la tecnologia, poiché utilizzata in modo corretto può rappresentare un valido aiuto per i propri figli. Questo significa informarsi e conoscere anche le varie sfide, così da distinguere quelle innocue da quelle dannose. Alla base di tutto ci deve sempre essere una comunicazione costante e costruttiva tra genitori e figli.

Altra cosa importante è insegnare ai propri figli, sin da quando sono piccoli, a ragionare con la propria testa. I ragazzi, soprattutto quando sono in gruppo, tendono a farsi trascinare e fanno cose che non farebbero mai da soli. Per essere accettati sono quindi portati a fare gesti pericolosi che mettono a rischio la loro incolumità o quella di altri. Bambini e adolescenti devono esercitare il loro pensiero critico anche online, quando magari è più complicato provare empatia per una persona che si trova dietro ad uno schermo.

Infine i figli sin da bambini devono essere “educati” alla paura, che in questo caso funge da deterrente positivo poiché spinge a fare la cosa più saggia facendo leva sull’umano istinto di autoconservazione o di sopravvivenza.

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