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Tag Archivio per: adolescenti

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Abuso di alcol tra gli adolescenti: come affrontare e risolvere il problema?

Abuso di alcol

L’alcol ha sempre rappresentato una delle tante insidie nel percorso di crescita di un adolescente, quindi è un argomento che va trattato con estrema cautela e attenzione. In questo articolo analizziamo come un genitore deve intervenire se il figlio adolescente fa abuso di alcol.

I numeri

Prima di approfondire il discorso sull’abuso di alcol, ecco alcuni numeri del Ministero della Salute che fotografano una situazione da attenzionare. L’età dei giovanissimi che consumano alcol si sta pericolosamente abbassando, tant’è che la prima bevuta si fa addirittura a 11 anni. Cresce il numero di adolescenti che fa abuso di alcol, e anche nella fascia d’età tra i 18 e i 20 anni si sono registrati numeri preoccupanti: circa 1 milione e 370.000 giovani consumano alcol in modo smodato ogni giorno. Il consumo di alcol è più frequente tra i maschi (72,3%), ma anche tra le ragazze la percentuale inizia a crescere in modo allarmante (62,2%).

Abuso di alcol: come rapportarsi con i figli?

Se un genitore nota che il figlio in giovane età inizia ad avvicinarsi pericolosamente all’alcol, deve intervenire immediatamente. Il segreto per qualsiasi forma di prevenzione è il dialogo: il genitore deve spiegare al figlio quali sono tutti i rischi connessi all’uso smodato di alcol. Non bisogna però usare toni severi oppure accusatori, ma è importante essere fermi e chiarire quali sono i danni che può provocare l’alcol a livello psichico, fisico e mentale.

Il dialogo aperto e sincero deve essere accompagnato da esempi virtuosi. Il genitore non deve bere in modo smodato davanti al figlio, altrimenti le sue parole sarebbero poco credibili. L’alcol può avere effetti seri sul medio-lungo periodo, come deficit cognitivi, patologie del fegato e addirittura tumori. Questi pericoli vanno palesati al ragazzo in modo chiaro, anche brutale, affinché capisca quali rischi si celano dietro l’abuso di alcol.

L’adolescente tende a vivere esclusivamente nel presente e non ha alcuna percezione dei pericoli che l’alcol può avere in futuro. Il genitore deve quindi spiegare quali sono i rischi e le conseguenze che l’alcol può avere in età adulta.

Come devono intervenire i genitori?

L’opera di prevenzione potrebbe non essere sufficiente e gli adolescenti, magari trascinati dagli amici, potrebbero ugualmente cadere nel tunnel dell’alcol.

Anche in questi casi bisogna intervenire immediatamente col dialogo, ribadendo ancora una volta le conseguenze deleterie che l’alcol potrebbe avere sulla vita futura dell’adolescente. È probabile che il ragazzo reagisca con aggressività, rifiutando sdegnosamente l’aiuto dei genitori. In questi casi è importante non aggredire l’adolescente, né usare parole denigratorie oppure offensive contro di lui.

Per far capire all’adolescente i rischi che sta correndo, si potrebbe fargli notare tutte le cose belle della vita che l’alcol gli sta facendo perdere: una vita sana, gli amici, gli hobby, il buon rendimento scolastico, il rapporto con la famiglia e tanto altro ancora. Insomma, in poche parole bisogna abbattere l’idea che l’alcol sia una scorciatoia verso la felicità, poiché non è così.

Il problema di alcolismo del figlio può provocare frizioni e tensioni all’interno di tutta la famiglia, ma è importante che i genitori non allontanino il ragazzo, ma anzi lo supportino nel percorso di cura che lo porterà alla disintossicazione.

Il ragazzo deve percepire e sentire l’appoggio della famiglia, tuttavia non bisogna mai giustificare o coprire i suoi comportamenti negativi, altrimenti si sentirà autorizzato ad assumere nuovamente alcol.

Bisogna rivolgersi a figure professionali, come il medico di base ed eventualmente uno psicologo per intraprendere il percorso più giusto in base alle problematiche e al carattere del giovane.

Foto: Pixabay

Gennaio 21, 2025/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/12/Abuso-di-alcol.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2025-01-21 12:58:282025-01-21 12:58:36Abuso di alcol tra gli adolescenti: come affrontare e risolvere il problema?
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Comportamenti rischiosi in adolescenza: quali sono e come affrontarli

Comportamenti rischiosi in adolescenza

Comportamenti rischiosi in adolescenza: quali sono e come affrontarli

I comportamenti rischiosi in adolescenza sono una delle preoccupazioni più frequenti per molti genitori. L’adolescenza, infatti, è una fase di passaggio complessa, in cui il ragazzo non è più bambino, ma non è ancora adulto.

In questo periodo possono comparire condotte impulsive, provocatorie o pericolose, che mettono a rischio il benessere fisico, emotivo e relazionale dell’adolescente.

Non tutti i comportamenti difficili indicano necessariamente un disagio grave. Alcune sperimentazioni fanno parte del percorso di crescita. Tuttavia, quando certe azioni diventano frequenti, intense o pericolose, è importante non minimizzare.

Capire quali sono i comportamenti rischiosi in adolescenza, perché compaiono e come affrontarli può aiutare i genitori a intervenire con maggiore lucidità, senza eccessivo allarmismo ma anche senza sottovalutare il problema.

Comportamenti rischiosi in adolescenza: cosa sono

I comportamenti rischiosi in adolescenza sono azioni che possono compromettere la salute, la sicurezza o lo sviluppo psicologico del ragazzo.

Possono riguardare il corpo, le relazioni, la scuola, l’uso della tecnologia, la sessualità, il rapporto con le regole o la gestione delle emozioni.

Spesso questi comportamenti hanno una funzione comunicativa. L’adolescente può usarli, anche inconsapevolmente, per esprimere disagio, rabbia, bisogno di autonomia, desiderio di appartenenza al gruppo o difficoltà a gestire emozioni intense.

Il comportamento rischioso, quindi, non va letto solo come “una bravata” o come semplice disobbedienza. A volte è il modo attraverso cui un ragazzo prova a dire qualcosa che non riesce ancora a mettere in parole.

Quali sono i comportamenti rischiosi in adolescenza

Tra i principali comportamenti rischiosi in adolescenza possiamo trovare:

  • consumo di alcol;
  • uso di sostanze;
  • guida pericolosa o comportamenti imprudenti in strada;
  • attività sessuale precoce o non protetta;
  • atti di vandalismo;
  • aggressività o condotte provocatorie;
  • isolamento sociale;
  • abbandono scolastico o forte disinvestimento dalla scuola;
  • dipendenza da Internet, videogiochi o social;
  • disturbi del comportamento alimentare;
  • comportamenti autolesivi;
  • condotte impulsive o ricerca continua del limite.

Questi comportamenti sono molto diversi tra loro, ma hanno un elemento comune: segnalano una difficoltà nel rapporto tra impulso, emozione, limite e pensiero.

In alcuni casi possono essere episodi isolati. In altri, invece, possono diventare segnali di una sofferenza più profonda.

Comportamenti rischiosi in adolescenza: perché compaiono

I comportamenti rischiosi in adolescenza non nascono nel vuoto. Spesso sono collegati ai cambiamenti profondi che il ragazzo sta attraversando.

L’adolescente vive una fase di trasformazione corporea, emotiva, identitaria e relazionale. Il corpo cambia rapidamente, il rapporto con i genitori si modifica, il gruppo dei pari diventa sempre più importante e il bisogno di autonomia cresce.

In questa fase il ragazzo può sentirsi confuso, instabile o diviso tra il desiderio di indipendenza e il bisogno di protezione.

Alcuni adolescenti mettono in atto comportamenti rischiosi per sentirsi più forti, per appartenere al gruppo, per sfidare i limiti, per mettere alla prova se stessi o per cercare sensazioni intense.

Altri possono farlo per esprimere una sofferenza che non riescono a raccontare.

Ottimismo irrealistico e ricerca di sensazioni

Due aspetti spesso presenti nei comportamenti rischiosi in adolescenza sono l’ottimismo irrealistico e la ricerca di sensazioni.

L’ottimismo irrealistico porta l’adolescente a pensare che le conseguenze negative possano capitare agli altri, ma non a lui. È il classico pensiero: “Tanto a me non succede”.

La ricerca di sensazioni, invece, riguarda il bisogno di vivere esperienze intense, nuove, forti o eccitanti. In adolescenza questo bisogno può essere particolarmente marcato, soprattutto quando il ragazzo fatica a tollerare noia, frustrazione o senso di vuoto.

Questi aspetti non giustificano il comportamento rischioso, ma aiutano a comprenderlo meglio. E comprendere è il primo passo per intervenire in modo più efficace.

Quando i comportamenti rischiosi in adolescenza diventano un segnale di disagio

Non ogni episodio deve essere letto come un’emergenza. Un comportamento isolato va compreso nel suo contesto.

Il problema nasce quando i comportamenti rischiosi in adolescenza diventano ripetitivi, aumentano di intensità o iniziano a compromettere la vita quotidiana del ragazzo.

È importante prestare attenzione quando:

  • il ragazzo cambia improvvisamente umore o abitudini;
  • si isola sempre di più;
  • peggiora drasticamente a scuola;
  • frequenta gruppi che alimentano condotte pericolose;
  • mente spesso o nasconde aspetti importanti della sua vita;
  • appare triste, irritabile, spento o sempre arrabbiato;
  • mostra comportamenti autolesivi;
  • parla di morte, vuoto, disperazione o inutilità della vita.

In presenza di autolesionismo, pensieri di morte o frasi come “non voglio più vivere”, non bisogna aspettare. È importante rivolgersi tempestivamente a un professionista, al medico di riferimento o ai servizi di emergenza.

comportamenti rischiosi in adolescenza

Comportamenti rischiosi in adolescenza e ruolo dei genitori

Davanti ai comportamenti rischiosi in adolescenza, molti genitori oscillano tra due posizioni opposte: controllare tutto oppure lasciare correre.

Entrambe le risposte possono essere problematiche.

Un controllo eccessivo rischia di aumentare lo scontro e la chiusura. Una sottovalutazione, invece, può lasciare il ragazzo solo davanti a qualcosa che non riesce a gestire.

Il ruolo del genitore è difficile ma fondamentale: deve provare a mantenere una posizione adulta, ferma e disponibile al dialogo.

Questo significa non reagire solo con rabbia, paura o punizione, ma cercare di capire cosa sta accadendo dietro il comportamento.

La domanda non è solo:
“Come faccio a farlo smettere?”

La domanda più utile è anche:
“Che cosa sta comunicando mio figlio attraverso questo comportamento?”

Come parlare con un adolescente che mette in atto comportamenti rischiosi

Parlare con un adolescente non è sempre facile. Spesso i ragazzi si chiudono, rispondono male, minimizzano o fanno finta che non sia successo nulla.

Per questo è importante scegliere bene il momento e il tono.

Un genitore può dire:

“Mi sono accorto che qualcosa è cambiato e sono preoccupato. Non voglio attaccarti, ma capire cosa sta succedendo.”

Oppure:

“Non sono d’accordo con quello che hai fatto, ma voglio provare a capire cosa ti ha portato lì.”

Questo tipo di comunicazione non elimina il limite. Il limite resta necessario. Ma permette al ragazzo di non sentirsi solo giudicato o etichettato.

Un adolescente ha bisogno di sentire che il genitore vede la gravità di ciò che accade, ma non smette di vedere anche lui come persona.

Limiti chiari e presenza emotiva

Affrontare i comportamenti rischiosi in adolescenza non significa diventare permissivi.

I limiti sono indispensabili. Un adolescente ha bisogno di confini, anche quando li contesta. Ha bisogno di adulti che sappiano dire dei no, che sappiano proteggere e che non si facciano paralizzare dalla paura del conflitto.

Allo stesso tempo, il limite deve essere accompagnato da presenza emotiva.

Solo divieto, controllo e punizione rischiano di produrre chiusura. Solo comprensione, senza confini, rischia di lasciare il ragazzo senza contenimento.

La parte difficile è tenere insieme entrambe le cose: fermezza e ascolto.

Quando chiedere aiuto per i comportamenti rischiosi in adolescenza

Può essere utile chiedere un supporto professionale quando i genitori sentono di non riuscire più a gestire la situazione, quando il dialogo è bloccato o quando il comportamento del ragazzo sembra diventare sempre più pericoloso.

Uno psicologo o uno psicoterapeuta dell’età evolutiva può aiutare a comprendere il significato del comportamento, valutare il livello di rischio e costruire un percorso adeguato.

A volte è utile un lavoro diretto con l’adolescente. Altre volte è importante iniziare da un percorso con i genitori, per aiutarli a leggere meglio ciò che accade e a modificare alcune modalità relazionali.

Chiedere aiuto non significa aver fallito. Significa non restare soli davanti a una situazione complessa.

Comportamenti rischiosi in adolescenza: cosa possono fare i genitori

Davanti ai comportamenti rischiosi in adolescenza, i genitori possono iniziare da alcuni passaggi fondamentali:

  • osservare se il comportamento è isolato o ripetuto;
  • evitare reazioni solo punitive o impulsive;
  • mantenere aperto il dialogo;
  • porre limiti chiari e coerenti;
  • collaborare con la scuola quando necessario;
  • non banalizzare segnali di sofferenza;
  • chiedere aiuto quando la situazione supera le proprie risorse.

L’obiettivo non è controllare completamente l’adolescente. Sarebbe impossibile e poco utile.

L’obiettivo è costruire una cornice sufficientemente sicura, dentro cui il ragazzo possa sentirsi visto, contenuto e aiutato a dare un significato a ciò che sta vivendo.

Conclusioni

I comportamenti rischiosi in adolescenza non vanno né drammatizzati automaticamente né banalizzati.

Possono essere espressione di sperimentazione, ricerca di autonomia e bisogno di mettersi alla prova. Ma possono anche segnalare disagio, fragilità, sofferenza o difficoltà profonde nella regolazione emotiva.

Il compito dei genitori è complesso: restare presenti, porre limiti, ascoltare, osservare e chiedere aiuto quando necessario.

Un comportamento rischioso non definisce un adolescente. Può però diventare un segnale importante da ascoltare.

Comprendere cosa c’è dietro quel comportamento può aprire la strada a un cambiamento più profondo, non solo per il ragazzo, ma per tutta la famiglia.

Hai bisogno di capire meglio cosa sta succedendo a tuo figlio?

Se senti che tuo figlio sta attraversando un momento di difficoltà, oppure se come genitore ti senti
preoccupato, confuso o non sai più come comportarti, può essere utile fermarsi e chiedere un primo
confronto.
Attraverso un percorso online per genitori, possiamo comprendere insieme cosa
sta accadendo, leggere meglio i segnali di disagio e individuare modalità più efficaci per sostenere
tuo figlio.



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Uno strumento pratico per iniziare da casa

Se invece senti che il problema principale è che tuo figlio non ti ascolta, ogni
richiesta diventa una lotta e ti ritrovi spesso a ripetere, urlare o perdere la pazienza, puoi iniziare da
un lavoro pratico e guidato.
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osservare le dinamiche quotidiane e a trovare nuove modalità di comunicazione con tuo figlio.



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Novembre 18, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/11/Comportamenti-rischiosi-in-adolescenza.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-11-18 09:12:542026-07-04 13:51:16Comportamenti rischiosi in adolescenza: quali sono e come affrontarli
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Adolescenti che bevono e fumano: come devono comportarsi i genitori?

Adolescenti che bevono

Arriva prima o poi per i genitori il tanto temuto periodo dell’adolescenza, quando i figli iniziano a diventare ribelli e restii alle regole. I genitori devono fare i conti con figli adolescenti che bevono e fumano, che rispondono male, che non rispettano le regole e che non sono più gestibili come fino a poco tempo fa. Cosa sta succedendo? Nulla di particolarmente grave, stanno semplicemente crescendo e l’adolescenza è una fase di passaggio molto delicata dove cambia tutto.

Gli errori dei genitori

I frugoletti stanno diventando ormai ometti e piccole donnine e, di fronte a questi cambiamenti, anche i genitori potrebbero entrare nel pallone. Talvolta i genitori stessi cambiano atteggiamento a seconda delle circostanze: in alcuni casi cercano di fare gli “amici” ed essere comprensivi con i figli, in altri casi sono estremamente severi e li puniscono.

Gli sbalzi di umore dei genitori non fanno bene ai figli, poiché creano una situazione di stress e un clima familiare molto pesante in casa. La soluzione? Come al solito la risposta giusta sta nel mezzo. In alcuni momenti si può chiudere un occhio, in altri casi è opportuno mantenere una linea più rigida. Ciò che conta è dare delle regole ai figli, che vanno rispettate per contenere la loro “esuberanza” emotiva e rinforzare i confini psichici.

Adolescenti che bevono e fumano: 5 consigli per i genitori

Non esiste una bacchetta magica per trasformare i figli in ragazzi ubbidienti che non bevono e non fumano, ma ci sono delle regole di comportamento che i genitori in primis devono seguire per mantenere la stima, l’autorità e la fiducia ai loro occhi. Ecco alcuni consigli che torneranno sicuramente utili nel rapporto complesso con i figli adolescenti.

1- Accettare i cambiamenti dettati dall’adolescenza

Anche se non bisogna mai normalizzare i comportamenti “fuori le righe” dei figli, va accettato il fatto che alcuni cambiamenti dettati dall’adolescenza siano fisiologici. I figli stanno cercando il loro posto nel mondo e cercano l’omologazione e l’accettazione sociale, che purtroppo comprende anche la ribellione ai genitori.

2- Non assecondare i comportamenti degli adolescenti che bevono e fumano

Accettare il cambiamento fisiologico del figlio non significa assecondare sempre e comunque i loro comportamenti, soprattutto se fanno male come bere e fumare. Accettare questi comportamenti significa renderli normali e, in un certo senso, tollerarli. Bere e fumare in casa deve essere rigorosamente vietato e, anche se lo faranno probabilmente fuori, quanto meno sarà possibile limitare l’uso di alcol e sigarette.

3- I genitori devono dare il buon esempio

Questo è un punto sul quale molti genitori “cadono”: essere un esempio. Un padre o una madre che dice al figlio di non fumare, magari proprio mentre sta accendendo una sigaretta, di certo non ha molta credibilità. Naturalmente è sbagliato anche il comportamento dei genitori che, per essere accettati nel mondo dei figli, bevono o fumano con loro.

4- Non diventare opprimenti

Alcuni genitori diventano dei segugi, opprimendo ulteriormente il figlio e dandogli la sensazione di essere costantemente sotto controllo. Va bene monitorare i comportamenti dei figli e far sentire la propria presenza, ma non asfissiandoli, altrimenti per ripicca fumeranno e berranno ancora di più.

5- Non attaccare i figli sul piano personale

Talvolta i genitori, per rabbia, frustrazione o semplicemente per spronare i figli, li attaccano sul piano personale con frasi come “sei una delusione” o peggio ancora “il figlio di… non l’avrebbe mai fatto”. Piuttosto bisogna ragionare sul comportamento scorretto, facendo capire che non sono loro sbagliati quanto piuttosto ciò che fanno.

Maggio 23, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/05/Adolescenti-che-bevono.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-05-23 09:10:472024-05-23 09:10:47Adolescenti che bevono e fumano: come devono comportarsi i genitori?
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Adolescenti e isolamento: quando bisogna preoccuparsi?

adolescenti e isolamento

I figli, arrivati nella fase dell’adolescenza, tendono ad isolarsi e chiudersi nella propria stanza innalzando una sorta di muro con i genitori. C’è da preoccuparsi? In linea generale no. I ragazzi in questa fase iniziano ad avvertire il bisogno di avere una loro privacy, uno spazio tutto loro dove nessuno può entrare. Tuttavia se il periodo di isolamento dura ore intere e si prolunga nel corso del tempo, scatta un campanello d’allarme che non si può ignorare. Abbiamo realizzato quest’articolo per analizzare il rapporto tra adolescenti e isolamento e capire quando preoccuparsi e come intervenire.

Adolescenti e isolamento: chi sono gli hikikomori?

C’è un termine di origine giapponese che descrive gli adolescenti che tendono ad isolarsi dal resto del mondo: hikikomori, che significa letteralmente “stare in disparte”.

Gli hikikomori sono adolescenti che decidono di chiudersi in casa, restando ore intere nella loro stanza senza avere alcuna relazione con i genitori, con i compagni di classe e in generale con il mondo esterno. Neanche feste di amici, incontri e gite sono in grado di smuovere gli hikikomori, che mostrano una certa insofferenza verso ogni attività esterna.

Cosa fanno chiusi nella loro stanza? Molti di loro trascorrono il tempo navigando sul web, ascoltando musica, giocando a un videogioco oppure dedicandosi alla lettura o al disegno. L’isolamento può durare mesi o anni e in questi casi i genitori hanno il dovere di intervenire.

Perché gli adolescenti si isolano?

Ma qual è il motivo che porta gli adolescenti a isolarsi? In realtà non ce n’è uno solo, ma sono diversi i motivi che dipendono da una combinazione di fattori. I ragazzi hikikomori sono solitamente introversi, molto arguti e piuttosto sensibili. Il disagio che provano potrebbe dipendere dalle pressioni dei genitori, che in loro ripongono spesso aspettative altissime che temono di deludere. Poi c’è il mondo esterno, che impone agli adolescenti di essere popolari, belli, alla moda e sempre brillanti.

Da non sottovalutare altri fenomeni come il bullismo, che potrebbero spingere gli adolescenti ad innalzare ulteriormente le barriere verso il mondo esterno, oppure altri episodi piuttosto traumatici come un lutto, una separazione o una malattia. In questi casi i giovanissimi temono di affrontare il mondo esterno, che giudicano troppo grande per loro, e preferiscono ritirarsi nella “comfort zone” della loro stanzetta dove si sentono inattaccabili.

Cosa devono fare i genitori?

Se la situazione di isolamento diventa una condizione cronica, i genitori sono chiamati a intervenire. Come? Mettendosi nei panni dei figli e tenendo conto che innanzitutto stanno attraversando una fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza molto complessa e delicata.

I genitori devono quindi entrare in punta di piedi nel mondo dei figli, rispettando i loro spazi e i loro tempi, facendo comunque sentire la loro presenza discreta. Da un lato quindi i genitori sono chiamati a rispettare gli spazi dei figli, senza essere troppo invadenti; d’altro lato devono fare attenzione a non trasformarsi in un amico e mantenendo sempre il ruolo di adulto di riferimento. Inoltre non bisogna sgridarli o punirli per il loro isolamento, cercando invece di cogliere il loro disagio e spingerli a chiedere aiuto.

Un esercizio di equilibrismo non proprio semplicissimo per i genitori, ma con costanza e un po’ di allenamento è possibile instaurare un rapporto di reciproca fiducia e aiutare i figli a uscire dall’isolamento dove si sono rifugiati.

Maggio 15, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/05/adolescenti-e-isolamento.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-05-15 05:45:222024-05-15 05:45:22Adolescenti e isolamento: quando bisogna preoccuparsi?
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Social media e adolescenti: quali sono i rischi e come affrontarli

Social media e adolescenti

Social media e adolescenti: un binomio che può essere definito distruttivo? Forse distruttivo è un termine troppo estremo, ma sicuramente è un rapporto che va attentamente monitorato e attenzionato. Durante e dopo la pandemia c’è stato un vero e proprio boom dei social, dove molti adolescenti “vivono” confondendoli spesso con la vita reale. La dipendenza dai social è un rischio reale, quindi è opportuno comprendere come comportarsi per proteggere i propri figli dai rischi associati.

Social media e adolescenti: quali sono i pericoli?

Come detto la pandemia ha favorito la dipendenza dai social network, che consiste nel desiderio irrefrenabile di collegarsi e “scrollare” i social anche a discapito dello studio o di altre cose importanti, come le relazioni interpersonali.

Per certi versi i social hanno un meccanismo “diabolico”: gli algoritmi sono progettati per mostrare di continuo contenuti, foto e video che rientrano negli interessi dell’utente. E così basta un semplice “Mi piace” o un commento positivo per gratificare l’adolescente, che si sente amato o apprezzato, ma solo virtualmente.

La dipendenza da social porta ad altri effetti negativi, come l’alienazione dalla realtà o il “vamping”, cioè la pratica di navigare sui social di notte con evidenti conseguenze sulla qualità del sonno e sulla capacità di concentrazione.

É opportuno sottolineare che la dipendenza da social non sempre ha un’origine psicologica, ma ha una spiegazione “chimica”. Una notifica o un’interazione positiva scatena la dopamina, un neurotrasmettitore che viene rilasciato quando il cervello si aspetta una ricompensa o quando si riceve una gratificazione.

Tale dipendenza può portare a situazioni estremamente pericolose, come la depressione. Come riportato da uno studio pubblicato su “Italian Journal of Pediatrics”, nel periodo pandemico sono aumentati gli accessi al pronto soccorso di adolescenti per ideazione suicidaria, depressione e disturbi dell’alimentazione.

In tale contesto è opportuno intervenire con pratiche sane poiché la dipendenza dai social potrebbe diventare davvero difficile da gestire, soprattutto se si aspetta troppo tempo.

Come contrastare la dipendenza dai social?

Bisogna preoccuparsi se i figli passano molto tempo sui social? Non necessariamente, ma comunque è consigliabile monitorare la situazione e adottare delle contromisure.

Per combattere la dipendenza dai social bisogna “tornare al passato” e spingere i figli adolescenti a fare attività fisica all’aria aperta, piuttosto che starsene ore e ore chiusi in una stanza davanti ai social.

Non bisogna comunque demonizzare sempre e comunque i social che anzi, se usati correttamente, possono essere d’aiuto per la crescita dei figli adolescenti. L’APA (American Psychological Association) ha stilato un decalogo da seguire:

  1. incoraggiare opportunità sociali che favoriscono il sostegno sociale;
  2. usare le piattaforme in base alle capacità di sviluppo dei giovani;
  3. monitorare l’uso dei social nella prima adolescenza, per poi lasciare gradualmente autonomi i figli;
  4. ridurre la fruizione di contenuti che promuovono comportamenti violenti o illegali;
  5. minimizzare l’esposizione a situazioni di odio online o cyberbullismo;
  6. monitorare il comportamento dei figli e verificare se ci sono atteggiamenti anomali;
  7. limitare l’uso dei social media affinché non interferiscano nella qualità del sonno e nell’attività fisica;
  8. evitare il confronto sociale, soprattutto se si tratta di contenuti legati all’aspetto fisico;
  9. dare informazioni e regole precise sull’uso corretto dei social;
  10. investire nelle ricerche sugli effetti dei social media sullo sviluppo degli adolescenti.
Aprile 30, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/04/Social-media-e-adolescenti.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-04-30 05:55:342024-04-30 05:55:34Social media e adolescenti: quali sono i rischi e come affrontarli
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Iperattività nel bambino: quando preoccuparsi e cosa osservare

iperattività del bambino

Iperattività nel bambino: quando preoccuparsi e cosa osservare

L’iperattività nel bambino è un tema che preoccupa molti genitori. Non sempre, però, un bambino molto attivo o vivace presenta un vero problema clinico. In alcuni casi si tratta di energia, temperamento e bisogno di movimento; in altri, invece, alcuni segnali meritano maggiore attenzione.

Capire quando preoccuparsi per l’iperattività nel bambino significa osservare non solo quanto si muove, ma soprattutto quanto questo comportamento interferisce con la vita quotidiana, con il gioco, con la scuola e con le relazioni.

Iperattività nel bambino: quando preoccuparsi davvero

È normale che un bambino corra, si agiti, faccia rumore e fatichi a stare fermo a lungo. Il punto non è la vivacità in sé, ma la sua intensità, frequenza e persistenza nel tempo.

Può essere utile approfondire se il bambino:

  • è quasi sempre in movimento;
  • fatica molto a rimanere seduto anche per brevi momenti;
  • passa rapidamente da un’attività all’altra senza riuscire a mantenerla;
  • interrompe continuamente gli altri;
  • agisce impulsivamente senza valutare le conseguenze;
  • mostra difficoltà significative a scuola o nelle relazioni.

Quando questi segnali durano nel tempo e compromettono il funzionamento quotidiano, è importante non liquidarli come “solo vivacità”.

Bambino vivace o bambino iperattivo?

Un bambino vivace può essere energico, rumoroso e impulsivo, ma in genere riesce comunque a concentrarsi su ciò che gli interessa, a giocare con una certa continuità e a trarre piacere dall’attività che sta svolgendo.

Nel caso dell’iperattività nel bambino, invece, il movimento può diventare disorganizzato e poco controllabile. Il gioco si frammenta, l’attenzione si disperde, il bambino inizia molte cose ma fatica a portarle avanti. Più che usare l’attività, sembra esserne travolto.

Quali fattori possono esserci dietro

L’iperattività può avere origini diverse e non va interpretata in modo superficiale. In alcuni casi può essere collegata a un quadro di ADHD, in altri può essere influenzata da stress, difficoltà emotive, fatica nella regolazione degli impulsi, tensioni familiari o ambienti molto disorganizzati.

Per questo motivo è importante evitare etichette affrettate. Dietro un comportamento agitato può esserci un bambino che fatica a contenere le emozioni, a tollerare l’attesa o a sentirsi sufficientemente al sicuro.

Cosa possono fare i genitori

Di fronte all’iperattività nel bambino, i genitori possono osservare con attenzione alcuni aspetti fondamentali:

  • in quali momenti il comportamento aumenta;
  • se compare in tutti i contesti o solo in alcuni;
  • quanto incide sul gioco, sulla scuola e sulle relazioni;
  • come il bambino reagisce ai limiti e alle frustrazioni;
  • se sono presenti eventi stressanti o cambiamenti importanti.

Può essere utile offrire una quotidianità più prevedibile, routine più chiare, regole semplici e un contenimento emotivo costante. Anche il modo in cui l’adulto reagisce fa molta differenza: punizioni confuse, urla continue o richieste contraddittorie spesso peggiorano la situazione.

Quando chiedere aiuto

È opportuno chiedere una valutazione quando l’agitazione, la disattenzione o l’impulsività sono persistenti, si presentano in più contesti e interferiscono in modo significativo con la vita del bambino.

Una valutazione non serve ad “attaccare un’etichetta”, ma a comprendere meglio il funzionamento del bambino e i suoi bisogni. In molti casi, aiutare i genitori a leggere il comportamento e a trovare modalità educative più efficaci è già un passaggio importante.

Se senti che la situazione sta diventando faticosa, può essere utile approfondire attraverso un percorso di consulenza genitoriale online o di sostegno psicologico per bambini e adolescenti.

Se senti che le richieste quotidiane diventano spesso una lotta, puoi iniziare da uno strumento pratico: il workbook “Mio figlio non mi ascolta mai”, pensato per aiutare i genitori a comprendere meglio i conflitti, i limiti e le reazioni emotive dei figli.

Gennaio 14, 2024/0 Commenti/da admin
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2013/01/bambino-iperattivo.webp 312 805 admin https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg admin2024-01-14 18:20:212026-07-02 10:37:47Iperattività nel bambino: quando preoccuparsi e cosa osservare
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La frustrazione nello sviluppo psicologico: dalla prima infanzia all’adolescenza

frustrazione bambino

La frustrazione nello sviluppo psicologico: dalla prima infanzia all’adolescenza

La frustrazione, un concetto ampiamente esplorato nella letteratura psicologica e in quella specifica della psicologia dello sviluppo, è stata oggetto di numerosi studi e teorie. Questo fenomeno è fondamentale per comprendere come gli individui si adattano alle sfide e agli ostacoli nel corso della loro vita.

In psicologia, questo stato emotivo è spesso descritto come una risposta che si verifica quando un individuo incontra impedimenti nel raggiungimento di un obiettivo. Le radici di questa comprensione possono essere rintracciate nelle teorie del comportamentismo, dove la frustrazione era vista come una conseguenza dell’interruzione di un comportamento appreso o desiderato. Successivamente, le teorie cognitiviste hanno ampliato questa prospettiva, esaminando come le percezioni, i pensieri e le aspettative influenzino l’esperienza di questa emozione.

La teoria della frustrazione-aggressione, inizialmente proposta dagli psicologi della Scuola di Yale negli anni ’30, suggerisce che questo vissuto emotivo possa portare spesso all’aggressione. Questa teoria è stata successivamente modificata per includere una varietà di risposte, oltre all’aggressione, come il ritiro o la soluzione creativa dei problemi.

Nella psicologia dello sviluppo

Nel contesto dello sviluppo, la frustrazione è vista come un elemento chiave nel processo di crescita e apprendimento. La letteratura in questo campo si concentra su come la gestione di questa emozione evolve dall’infanzia all’adolescenza e oltre.

Nelle prime fasi della vita, questo vissuto emotivo è spesso legato all’apprendimento di nuove abilità e all’esplorazione dell’ambiente. I teorici dello sviluppo, come Jean Piaget, hanno sottolineato l’importanza della frustrazione nel promuovere l’adattamento e l’assimilazione cognitiva.

Durante l’adolescenza, questa esperienza emotiva è frequentemente associata alla lotta per l’indipendenza, alla formazione dell’identità e alla gestione delle relazioni sociali complesse. La teoria psicosociale di Erik Erikson evidenzia il ruolo della frustrazione nelle crisi di sviluppo tipiche di questa fase della vita.

La frustrazione nei bambini

Nei primi anni di vita, i bambini iniziano a sperimentare la frustrazione in situazioni quotidiane. Questa può emergere quando incontrano limiti nelle loro capacità fisiche, intellettuali o emotive. Ad esempio, un bambino può vivere questa reazione emotiva quando non riesce a completare un puzzle o quando gli viene negato un giocattolo. Questi momenti sono fondamentali per lo sviluppo della capacità di affrontare le sfide.

Questa emozione, in questa età, può manifestarsi attraverso pianti, capricci o comportamenti aggressivi. È un periodo in cui i bambini stanno ancora imparando a regolare le loro emozioni e a comprendere il mondo intorno a loro. La loro risposta alla frustrazione è spesso diretta e immediata, poiché non hanno ancora sviluppato le competenze cognitive ed emotive per gestirla in modo più maturo.

La frustrazione negli adolescenti

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti fisici, emotivi e sociali. Gli adolescenti sperimentano questa emozione in modo più complesso rispetto ai bambini. Questa può derivare da sfide accademiche, relazioni con i coetanei, cambiamenti corporei o conflitti familiari. La ricerca dell’indipendenza e l’esplorazione dell’identità personale sono spesso fonti di tensione emotiva.

Negli adolescenti, la frustrazione può portare a comportamenti ribelli, ritiro sociale o problemi di autostima. Hanno una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie emozioni, ma possono ancora faticare a trovare modi adeguati per esprimere e gestire questo vissuto emotivo.

Quando la fatica emotiva diventa frequente o difficile da comprendere, può essere utile approfondire il tema del sostegno psicologico per bambini e adolescenti.

Quando la frustrazione è problematica

La frustrazione diventa problematica quando impedisce il normale funzionamento o ostacola lo sviluppo. Nella prima infanzia, questo può significare un frequente ricorso a capricci o comportamenti aggressivi. Negli adolescenti, invece, può manifestarsi in modo più sottile, attraverso isolamento, ansia o vissuti depressivi. In entrambe le fasi, una risposta eccessiva o prolungata a questo stato emotivo può essere un segnale di difficoltà più profonde.

L’aspetto positivo della frustrazione

Nonostante le sfide che comporta, la frustrazione può avere anche una funzione positiva e costruttiva. Insegna ai bambini e agli adolescenti a confrontarsi con i limiti, a sviluppare resilienza e a cercare soluzioni creative ai problemi. Questo vissuto emotivo può diventare un potente motore per l’apprendimento e la crescita personale, spingendo i giovani a superare gli ostacoli e ad adattarsi a nuove situazioni.

Una gestione adeguata di questa emozione può favorire una crescita significativa e contribuire al benessere emotivo.

I genitori, riconoscendo e supportando i figli attraverso queste esperienze, possono aiutarli ad attraversare con maggiore sicurezza le sfide emotive e a svilupparsi come individui resilienti e adattabili. La gestione della frustrazione, quindi, diventa un importante indicatore dello sviluppo psicologico di un individuo. Il modo in cui bambini e adolescenti rispondono e si adattano a questo vissuto fornisce una finestra sulla loro capacità di affrontare le difficoltà, sviluppare resilienza e costruire relazioni soddisfacenti con gli altri. In questo contesto, la frustrazione non è solo una sfida da superare, ma anche un’opportunità per crescere e apprendere.

La gestione di questa emozione nel contesto dello sviluppo infantile è un tema delicato e complesso, che richiede un equilibrio preciso. La letteratura psicologica sottolinea che la frustrazione, se vissuta in modo adeguato, può essere un fattore cruciale per il sano sviluppo del bambino. Tuttavia, è altrettanto importante che questo stato emotivo non diventi eccessivo, perché potrebbe avere effetti negativi.

Frustrazione adeguata

Importanza dello sviluppo di capacità di adattamento

Una frustrazione moderata è essenziale nel processo di apprendimento e sviluppo di un bambino. Incontrare ostacoli e sfide in età precoce aiuta il bambino a sviluppare competenze di adattamento, come la resilienza, la pazienza e la perseveranza. Queste abilità sono fondamentali per affrontare le difficoltà future in modo più efficace.

Stimolazione dell’apprendimento e della crescita

Quando un bambino sperimenta una difficoltà gestibile, viene spinto a cercare nuove strategie per superare gli ostacoli. Questo processo non solo migliora la sua capacità di risolvere i problemi, ma stimola anche la curiosità e il desiderio di esplorare e imparare.

Promozione dell’autonomia

La frustrazione, in dosi adeguate, incoraggia l’autonomia e l’indipendenza. Invece di affidarsi sempre agli adulti per trovare soluzioni, i bambini imparano a fare affidamento sulle proprie risorse, sviluppando un senso di competenza e autostima.

Frustrazione eccessiva

Rischi per la salute mentale

Una frustrazione eccessiva, al contrario, può essere dannosa per il benessere emotivo e psicologico del bambino. Può portare a stress, ansia e sentimenti di impotenza, specialmente se il bambino si sente costantemente incapace di superare gli ostacoli.

Impatto sul comportamento

Una tensione emotiva troppo intensa o frequente può portare a comportamenti problematici, come aggressività, ritiro sociale o bassa autostima. Questi comportamenti sono spesso segnali di una difficoltà mal gestita o di un ambiente eccessivamente stressante.

Ostacoli allo sviluppo

Inoltre, una difficoltà emotiva eccessiva può interferire con l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo. I bambini che si sentono costantemente frustrati possono diventare meno propensi a prendere iniziative o a esplorare nuove situazioni, limitando così le loro opportunità di apprendimento e crescita.

Ruolo dei genitori e degli educatori

Il ruolo degli adulti è fondamentale nel calibrare il livello di frustrazione che un bambino sperimenta. È importante che genitori ed educatori forniscano supporto emotivo, incoraggino la perseveranza, ma allo stesso tempo siano pronti a intervenire quando questa emozione diventa troppo grande da gestire per il bambino. Gli adulti dovrebbero insegnare strategie di coping efficaci e modellare comportamenti positivi nella gestione delle difficoltà.

In questi casi, un percorso di consulenza genitoriale online può aiutare i genitori a leggere meglio le reazioni del figlio e a trovare modalità educative più efficaci.

Validazione e Supporto Emotivo

È fondamentale per i genitori riconoscere e validare i sentimenti di frustrazione dei loro figli, fornendo un ambiente sicuro in cui possano esprimere le loro emozioni.

Insegnamento delle Strategie di Gestione

Ii genitori possono insegnare ai figli a contenere le emozioni sgradevoli legate alla frustrazione, a tollerare l’attesa di qualcosa insegnando loro a regolare il proprio stato emotivo e i propri impulsi.

Modellamento del Comportamento

Attraverso il proprio comportamento, i genitori possono mostrare come gestire la frustrazione in modo efficace e maturo, fornendo un modello positivo.

Creazione di Opportunità di Apprendimento

I genitori possono aiutare i loro figli a trasformare le esperienze di frustrazione in opportunità di apprendimento, incoraggiando la riflessione e l’esplorazione di diverse soluzioni.

È bene tenere presente quindi ce una frustrazione adeguata e ben gestita è un elemento vitale nel processo educativo e nello sviluppo infantile. Aiuta a forgiare individui resilienti e adattabili, capaci di affrontare le sfide della vita. Tuttavia, è cruciale monitorare e modulare l’intensità di questa frustrazione per evitare impatti negativi sul benessere e sullo sviluppo del bambino.

Se senti che tuo figlio vive spesso la frustrazione con rabbia, chiusura o grande fatica emotiva, puoi contattarmi per una prima telefonata conoscitiva.

Se vuoi iniziare da uno strumento pratico, puoi leggere anche il workbook “Mio figlio non mi ascolta mai”, pensato per aiutare i genitori a comprendere meglio le richieste quotidiane, i conflitti e le reazioni emotive dei figli.

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Dicembre 19, 2023/0 Commenti/da admin
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/01/frustrazione-bambino.webp 312 880 admin https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg admin2023-12-19 21:41:342026-07-02 09:05:46La frustrazione nello sviluppo psicologico: dalla prima infanzia all’adolescenza
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Come gestire la nascita di un fratellino

nascita fratellino

Come gestire la nascita di un fratellino

L’arrivo di un fratellino è un evento straordinario nella vita di una famiglia, un capitolo ricco di emozioni e trasformazioni. Questo momento segna un passo significativo nella dinamica familiare, portando con sé gioie, sfide e una serie di cambiamenti psicologici che coinvolgono ciascun membro.

In particolare, questo evento può portare a una serie di reazioni da parte del primogenito, specie se fino a quel momento era figlio unico. Alcuni problemi comuni che possono manifestarsi includono:

Gelosia: l bambino maggiore potrebbe sperimentare gelosia nei confronti del neonato, poiché si trova improvvisamente a condividere l’attenzione e l’affetto dei genitori. I bambini, specie quelli più piccoli, possono sentirsi soppiantati e desiderare il ritorno alla normalità prima della nascita.

Rifiuto o disinteresse: in alcuni casi, il bambino maggiore potrebbe mostrare un rifiuto o un disinteresse nei confronti del nuovo arrivato, specialmente se si sente trascurato o se teme di perdere il suo posto nella famiglia.

Ritorno a comportamenti infantili: alcuni bambini potrebbero manifestare comportamenti regressivi, come il ritorno a comportamenti tipici di un’età più giovane (es. richiesta del pannolino, uso del biberon).

Rabbia o irritabilità: La frustrazione di dover condividere l’attenzione dei genitori potrebbe portare a episodi di rabbia o irritabilità nel bambino maggiore.

Senso di perdita: Il bambino maggiore potrebbe sperimentare un senso di perdita in relazione alla sua precedente posizione di figlio unico, specialmente se si sente trascurato.

Sentimenti di colpa: Alcuni bambini potrebbero sviluppare sentimenti di colpa, pensando che la nascita del fratellino sia stata causata dal loro comportamento o che abbiano fatto qualcosa di sbagliato.

Richiesta di attenzione: il bambino maggiore potrebbe cercare di attirare l’attenzione attraverso comportamenti positivi o negativi, cercando di riconquistare l’affetto dei genitori.

Ansia da separazione: la nascita del fratellino potrebbe aumentare l’ansia da separazione nel bambino maggiore, specialmente se i genitori sono impegnati con il neonato.

Cosa fare per aiutare il bambino maggiore ad attraversare questo delicato cambiamento

Per affrontare questi problemi, è fondamentale essere consapevoli dei sentimenti del bambino maggiore e cercare di rispondere alle sue esigenze emotive. Prima di tutto è importante capire che il riadattamento ai nuovi equilibri familiari per un bambino richiede tempo, quindi deve essere chiaro che il bambino se ha delle reazioni per come dire forti o da bambino più piccolo è perché sta provando sofferenza ed insicurezza. È importante dargli la possibilità di poter sperimentare tutte le emozioni anche quelle più faticose, come la rabbia e la frustrazione, senza negarle o farlo sentire giudicato e in colpa, ma aiutandolo ad accettarle come normali in questo processo di cambiamento. Incentivarlo ad esprimere i suoi sentimenti e rispondere alle sue domande in modo aperto e onesto, spiegando che è normale sentirsi un po’ insicuri o confusi. È importante rassicurarlo sul fatto che se anche il genitore, ed in particolare la mamma, potrà essere più concentrato soprattutto inizialmente sui bisogni del bambino più piccolo, l’amore e la considerazione per lui non cambiano e che il legame con lui è unico e non può essere sostituito da nessun altro.

Sarà inoltre utile trascorrere del tempo di qualità unicamente con il bambino maggiore per sostenere e rafforzare la relazione tra il singolo genitore e il bambino affinché quest’ultimo possa procedere nella direzione di una crescita sana e una solida autostima.

 

Dicembre 6, 2023/0 Commenti/da admin
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2023/12/nascita-fratellino.webp 312 880 admin https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg admin2023-12-06 10:11:572024-01-27 10:14:42Come gestire la nascita di un fratellino
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Come aiutare tuo figlio a vivere bene il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media

passaggio scuola

Come aiutare tuo figlio a vivere bene il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media

I ragazzi in età scolare che stanno per passare dalla scuola elementare alla scuola media spesso vivono preoccupazioni e paure simili a quelle che hanno sperimentato alle elementari. Questo passaggio li porta a dover fare nuove amicizie, ad affrontare un ambiente scolastico diverso con più insegnanti e materie, e a sentirsi meno intimi e più anonimi rispetto alle elementari.

Il primo consiglio è di non minimizzare le paure dei ragazzi, anche se possono sembrare infantili o eccessive. Allo stesso tempo, non bisogna esagerare l’importanza di questo passaggio, evitando di sovraccaricarlo di aspettative ed emozioni.

Il passaggio alla scuola media coincide spesso con l’ingresso nell’adolescenza, e i ragazzi sono entusiasti ma anche carichi di incertezze. Le principali preoccupazioni riguardano l’adattamento ai nuovi compagni, il cambiamento nel metodo didattico, la rotazione degli insegnanti e un sistema di valutazione più rigoroso.

È fondamentale che i genitori evitino di creare ansia anticipatoria nei loro figli, come dicendo loro di dover studiare di più o mettersi sotto. Devono ascoltare le paure dei ragazzi e spiegare loro che avranno tempo per adattarsi alla nuova scuola e imparare nuove materie, con il sostegno degli insegnanti.

La scuola non deve essere vista come una prigione, ma come una risorsa per la crescita. I genitori devono incoraggiare l’autonomia e la responsabilità nei loro figli, aiutandoli a gestire il tempo tra lo studio e il tempo libero. Inoltre, è importante sottolineare l’importanza di prestare attenzione in classe perché il lavoro a scuola rappresenta solo metà del compito.

La scelta della scuola media è un momento delicato, e i ragazzi spesso vogliono seguire i loro amici. I genitori devono essere comprensivi e spiegare che è normale avere queste paure. Anche se le decisioni dei genitori possono essere percepite come imposizioni, è importante far capire ai ragazzi che ci sono opportunità di fare nuove amicizie e sperimentare nuove attività nella nuova scuola.

La fase di passaggio può portare a sintomi fisici dovuti all’eccessiva preoccupazione, come ansia, insonnia, mal di testa, nausea e stanchezza. È importante prestare attenzione a questi segnali e supportare i ragazzi attraverso questo periodo.

Se i ragazzi hanno avuto problemi relazionali o di bullismo alle elementari, il passaggio alla scuola media può essere visto come una liberazione ma anche come un momento di paura. I genitori devono rassicurare i loro figli e incoraggiarli a integrarsi nel nuovo gruppo classe.

In conclusione, è essenziale che i genitori siano disponibili al dialogo e permettano ai loro figli di esprimere le loro insicurezze e paure. Con il sostegno della famiglia, i ragazzi possono affrontare con più fiducia questa fase di transizione e crescita.

Ottobre 7, 2023/0 Commenti/da admin
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/01/passaggio-scuola.webp 312 880 admin https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg admin2023-10-07 21:46:582024-04-02 07:08:44Come aiutare tuo figlio a vivere bene il passaggio dalla scuola elementare alla scuola media
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Mio figlio si taglia! Cosa devo fare?

autolesionismo mio figlio si taglia

L’autolesionismo, ossia il comportamento di ferirsi intenzionalmente, è purtroppo abbastanza comune tra i giovani e può manifestarsi già a partire dai 12-13 anni. Esistono diverse forme di autolesionismo, anche tra i bambini, ma si presentano in modi diversi rispetto agli adolescenti. Solitamente, i ragazzi utilizzano oggetti affilati come lamette per graffiarsi o tagliarsi (cutting), oppure si infliggono ferite in vari modi. Alcuni potrebbero persino bruciarsi con accendini o colpirsi, battendo i pugni contro superfici solide come pareti, muri o vetri. Queste ferite sono spesso nascoste sotto abiti o accessori.

I genitori potrebbero non riuscire a riconoscere facilmente questo comportamento e, pertanto, è importante imparare a individuare i segnali precoci al fine di intervenire preventivamente.

Quando un genitore scopre che il proprio figlio si sta autolesionando, può avere un vero e proprio shock. In un primo momento possono provare incredulità verso il proprio figlio o figlia e chiedersi come mai non se ne siano potuti accorgere prima.

Sorgono naturalmente molte domande, tra cui “Perché sta facendo questo?” e soprattutto “Cosa posso fare?”. Alcuni genitori potrebbero persino provare un senso di colpa per non aver rilevato il disagio del figlio in precedenza.

La reazione istintiva potrebbe essere quella di rimproverare o gridare al figlio, ma è fondamentale evitare questa reazione poiché potrebbe peggiorare la situazione.

I giovani che si autolesionano sono emotivamente fragili e spesso si sentono in colpa nei confronti dei genitori. Altri potrebbero provare rabbia perché i genitori non riescono a capirli, quindi è essenziale evitare di pronunciare frasi che possano causare ulteriore dolore o scatenare reazioni impulsive.

Affrontare questa situazione richiede principalmente di cercare di comprendere il motivo sottostante al comportamento autolesionista. Per molti di loro, l’autolesionismo è un modo per gestire l’intenso dolore interno causato da emozioni forti, delusioni, rabbia e sofferenza che diventano insostenibili. Anche se questo comportamento può fornire un momento di sollievo temporaneo, esiste il rischio di cadere in un ciclo vizioso in cui l’autolesionismo diventa quasi un bisogno.

È fondamentale non rispondere con aggressività o troppa remissività. I giovani che si autolesionano hanno bisogno di sostegno e comprensione. È importante instaurare un dialogo aperto, permettere al figlio di esprimersi e ascoltare la sua storia, comprese le ragioni sottostanti al suo comportamento.

Mostrare comprensione anziché delusione aiuterà il giovane a sentirsi meno in colpa. È essenziale evitare di considerarli “pazzi”, poiché stanno cercando di comunicare il loro disagio interno attraverso il corpo, anche se in modo patologico.

È importante prendere in considerazione altri fattori che potrebbero contribuire all’autolesionismo, come il bullismo a scuola o problemi nelle relazioni con i compagni. In questi casi, è opportuno dialogare con la scuola e coinvolgere i docenti per comprendere la situazione e cercare soluzioni.

Evitate di fare domande ripetute del tipo “Perché lo fai?” o “Perché non me ne hai parlato prima?”. Questo potrebbe spingere il giovane a chiudersi ulteriormente. Devono sentirsi compresi e non colpevolizzati.

Evitate di controllare costantemente se il comportamento si ripete e mostrate semplicemente la vostra presenza, senza opprimere. Il vostro sostegno e la vostra comprensione possono essere fondamentali per aiutare il vostro figlio a gestire i problemi in modo più adattivo e favorevole al suo benessere.

Quando un figlio si autolesiona, è fondamentale considerare seriamente la consulenza di uno psicologo che possa aiutare in primis il giovane e poi la famiglia a comprendere le cause sottostanti al comportamento autolesionista e a fornire strumenti e sostegno per affrontare in modo appropriato questa delicata situazione emotiva, favorendo il recupero e il benessere psicologico del figlio.

autolesionismo mio figlio si taglia

Ottobre 4, 2023/0 Commenti/da admin
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2023/10/mio-figlio-si-taglia.webp 312 800 admin https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg admin2023-10-04 21:40:532024-04-10 13:23:14Mio figlio si taglia! Cosa devo fare?
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Se senti il bisogno di un primo confronto per tuo figlio o per la tua famiglia, puoi prenotare una breve telefonata conoscitiva.

La telefonata non è una consulenza psicologica, ma un primo contatto per comprendere la richiesta e valutare insieme il percorso più adatto.


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Dott.ssa Sara Mengoni
Psicologia dell’età evolutiva
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