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Il ruolo dei nonni nell’educazione dei nipoti

ruolo dei nonni

“Bisognerebbe fare una statua d’oro ai nonni!” – quante volte abbiamo sentito dire questa frase? Ed è assolutamente vero poiché i nonni da sempre, a maggior ragione in una società così frenetica dove spesso lavorano entrambi i genitori, sono i pilastri delle famiglie moderne. Vanno a prendere i bambini a scuola e ne hanno cura mentre i genitori sono al lavoro o vanno a fare commissioni che sarebbero difficili da sbrigare con figli piccoli. Tuttavia è importante capire qual è il ruolo dei nonni e quali sono i confini che, anche figure autorevoli come loro, non possono superare.

Qual è il ruolo dei nonni?

Si dice che “i nipoti sono più cari dei figli” e in effetti è così. I nonni con i nipoti si spogliano delle vesti di genitori e possono essere più indulgenti e meno severi nei confronti dei nipoti, riversando su di loro una pioggia d’affetto. Sono fondamentali nelle piccole azioni quotidiane, come aiutare i nipoti nei compiti o accompagnarli nelle attività pomeridiane. Nella crescita dei bambini i nonni rivestono un ruolo cruciale, in quanto instaurano con loro un rapporto di fiducia e affetto, favorendo il loro sviluppo emotivo, affettivo e relazionale.

Rispetto ai genitori i nonni sono più “complici” dei nipoti, concedendo loro qualche piccola e innocua trasgressione, ma senza mai scavalcare i genitori. Allo stesso modo i nonni, quando magari i bambini fanno i capricci, rafforzano il ruolo dei genitori dando loro ragione e agendo così da mediatori.

In generale i nonni sono il porto sicuro dove i bambini possono rifugiarsi, per richiedere un consiglio, per ricevere amore e affetto o per sentirsi gratificati per un bel voto o un bel risultato sportivo. Nel momento in cui si creano tensioni tra i figli e i genitori, i nonni sono pronti a intervenire per smussare gli angoli e favorire un maggior dialogo. Con la loro esperienza sanno quali tasti toccare, così da trovare un punto d’incontro tra figli e genitori e favorire un dialogo.

Quali confini non devono superare i nonni?

È importante però specificare una cosa: i nonni non si sostituiscono mai ai genitori, pur essendo presenze costanti nella vita dei nipoti. I nonni devono sempre agire in una cornice di regole creata dai genitori e in un preciso modello educativo già tracciato. Se i genitori danno delle regole che i nonni disattendono o infrangono, viene meno il ruolo autoritario dei genitori e allo stesso tempo i nipoti vanno in confusione, poiché non capiscono quali sono i comportamenti giusti e quelli sbagliati.

Chiaramente i nonni hanno comunque il diritto e il dovere di intervenire se i bambini si rendono autori di gesti sbagliati o pericolosi, come alzare le mani o infilare le dita nelle prese della corrente, senza necessariamente chiedere il permesso dei genitori. Gli stessi genitori devono infatti rispettare il ruolo dei nonni, che a loro volta devono svolgere il loro ruolo di educatori “secondari” senza incrinare il rapporto tra i figli e i genitori.

I bambini che hanno la fortuna di vivere a stretto contatto con i nonni cresceranno in un ambiente sereno e pieno d’affetto, sapendo di trovare in loro un porto sicuro dove rifugiarsi. Naturalmente anche i nipoti sono un vero toccasana per i nonni, che restano attivi fisicamente e mentalmente e trovano una nuova ragione di vita nel periodo dell’anzianità.

Foto: Pixabay

Gennaio 8, 2025/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2025/01/ruolo-dei-nonni.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2025-01-08 10:14:552025-01-08 10:14:55Il ruolo dei nonni nell’educazione dei nipoti
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Comportamenti rischiosi in adolescenza: quali sono e come affrontarli

Comportamenti rischiosi in adolescenza

Comportamenti rischiosi in adolescenza: quali sono e come affrontarli

I comportamenti rischiosi in adolescenza sono una delle preoccupazioni più frequenti per molti genitori. L’adolescenza, infatti, è una fase di passaggio complessa, in cui il ragazzo non è più bambino, ma non è ancora adulto.

In questo periodo possono comparire condotte impulsive, provocatorie o pericolose, che mettono a rischio il benessere fisico, emotivo e relazionale dell’adolescente.

Non tutti i comportamenti difficili indicano necessariamente un disagio grave. Alcune sperimentazioni fanno parte del percorso di crescita. Tuttavia, quando certe azioni diventano frequenti, intense o pericolose, è importante non minimizzare.

Capire quali sono i comportamenti rischiosi in adolescenza, perché compaiono e come affrontarli può aiutare i genitori a intervenire con maggiore lucidità, senza eccessivo allarmismo ma anche senza sottovalutare il problema.

Comportamenti rischiosi in adolescenza: cosa sono

I comportamenti rischiosi in adolescenza sono azioni che possono compromettere la salute, la sicurezza o lo sviluppo psicologico del ragazzo.

Possono riguardare il corpo, le relazioni, la scuola, l’uso della tecnologia, la sessualità, il rapporto con le regole o la gestione delle emozioni.

Spesso questi comportamenti hanno una funzione comunicativa. L’adolescente può usarli, anche inconsapevolmente, per esprimere disagio, rabbia, bisogno di autonomia, desiderio di appartenenza al gruppo o difficoltà a gestire emozioni intense.

Il comportamento rischioso, quindi, non va letto solo come “una bravata” o come semplice disobbedienza. A volte è il modo attraverso cui un ragazzo prova a dire qualcosa che non riesce ancora a mettere in parole.

Quali sono i comportamenti rischiosi in adolescenza

Tra i principali comportamenti rischiosi in adolescenza possiamo trovare:

  • consumo di alcol;
  • uso di sostanze;
  • guida pericolosa o comportamenti imprudenti in strada;
  • attività sessuale precoce o non protetta;
  • atti di vandalismo;
  • aggressività o condotte provocatorie;
  • isolamento sociale;
  • abbandono scolastico o forte disinvestimento dalla scuola;
  • dipendenza da Internet, videogiochi o social;
  • disturbi del comportamento alimentare;
  • comportamenti autolesivi;
  • condotte impulsive o ricerca continua del limite.

Questi comportamenti sono molto diversi tra loro, ma hanno un elemento comune: segnalano una difficoltà nel rapporto tra impulso, emozione, limite e pensiero.

In alcuni casi possono essere episodi isolati. In altri, invece, possono diventare segnali di una sofferenza più profonda.

Comportamenti rischiosi in adolescenza: perché compaiono

I comportamenti rischiosi in adolescenza non nascono nel vuoto. Spesso sono collegati ai cambiamenti profondi che il ragazzo sta attraversando.

L’adolescente vive una fase di trasformazione corporea, emotiva, identitaria e relazionale. Il corpo cambia rapidamente, il rapporto con i genitori si modifica, il gruppo dei pari diventa sempre più importante e il bisogno di autonomia cresce.

In questa fase il ragazzo può sentirsi confuso, instabile o diviso tra il desiderio di indipendenza e il bisogno di protezione.

Alcuni adolescenti mettono in atto comportamenti rischiosi per sentirsi più forti, per appartenere al gruppo, per sfidare i limiti, per mettere alla prova se stessi o per cercare sensazioni intense.

Altri possono farlo per esprimere una sofferenza che non riescono a raccontare.

Ottimismo irrealistico e ricerca di sensazioni

Due aspetti spesso presenti nei comportamenti rischiosi in adolescenza sono l’ottimismo irrealistico e la ricerca di sensazioni.

L’ottimismo irrealistico porta l’adolescente a pensare che le conseguenze negative possano capitare agli altri, ma non a lui. È il classico pensiero: “Tanto a me non succede”.

La ricerca di sensazioni, invece, riguarda il bisogno di vivere esperienze intense, nuove, forti o eccitanti. In adolescenza questo bisogno può essere particolarmente marcato, soprattutto quando il ragazzo fatica a tollerare noia, frustrazione o senso di vuoto.

Questi aspetti non giustificano il comportamento rischioso, ma aiutano a comprenderlo meglio. E comprendere è il primo passo per intervenire in modo più efficace.

Quando i comportamenti rischiosi in adolescenza diventano un segnale di disagio

Non ogni episodio deve essere letto come un’emergenza. Un comportamento isolato va compreso nel suo contesto.

Il problema nasce quando i comportamenti rischiosi in adolescenza diventano ripetitivi, aumentano di intensità o iniziano a compromettere la vita quotidiana del ragazzo.

È importante prestare attenzione quando:

  • il ragazzo cambia improvvisamente umore o abitudini;
  • si isola sempre di più;
  • peggiora drasticamente a scuola;
  • frequenta gruppi che alimentano condotte pericolose;
  • mente spesso o nasconde aspetti importanti della sua vita;
  • appare triste, irritabile, spento o sempre arrabbiato;
  • mostra comportamenti autolesivi;
  • parla di morte, vuoto, disperazione o inutilità della vita.

In presenza di autolesionismo, pensieri di morte o frasi come “non voglio più vivere”, non bisogna aspettare. È importante rivolgersi tempestivamente a un professionista, al medico di riferimento o ai servizi di emergenza.

comportamenti rischiosi in adolescenza

Comportamenti rischiosi in adolescenza e ruolo dei genitori

Davanti ai comportamenti rischiosi in adolescenza, molti genitori oscillano tra due posizioni opposte: controllare tutto oppure lasciare correre.

Entrambe le risposte possono essere problematiche.

Un controllo eccessivo rischia di aumentare lo scontro e la chiusura. Una sottovalutazione, invece, può lasciare il ragazzo solo davanti a qualcosa che non riesce a gestire.

Il ruolo del genitore è difficile ma fondamentale: deve provare a mantenere una posizione adulta, ferma e disponibile al dialogo.

Questo significa non reagire solo con rabbia, paura o punizione, ma cercare di capire cosa sta accadendo dietro il comportamento.

La domanda non è solo:
“Come faccio a farlo smettere?”

La domanda più utile è anche:
“Che cosa sta comunicando mio figlio attraverso questo comportamento?”

Come parlare con un adolescente che mette in atto comportamenti rischiosi

Parlare con un adolescente non è sempre facile. Spesso i ragazzi si chiudono, rispondono male, minimizzano o fanno finta che non sia successo nulla.

Per questo è importante scegliere bene il momento e il tono.

Un genitore può dire:

“Mi sono accorto che qualcosa è cambiato e sono preoccupato. Non voglio attaccarti, ma capire cosa sta succedendo.”

Oppure:

“Non sono d’accordo con quello che hai fatto, ma voglio provare a capire cosa ti ha portato lì.”

Questo tipo di comunicazione non elimina il limite. Il limite resta necessario. Ma permette al ragazzo di non sentirsi solo giudicato o etichettato.

Un adolescente ha bisogno di sentire che il genitore vede la gravità di ciò che accade, ma non smette di vedere anche lui come persona.

Limiti chiari e presenza emotiva

Affrontare i comportamenti rischiosi in adolescenza non significa diventare permissivi.

I limiti sono indispensabili. Un adolescente ha bisogno di confini, anche quando li contesta. Ha bisogno di adulti che sappiano dire dei no, che sappiano proteggere e che non si facciano paralizzare dalla paura del conflitto.

Allo stesso tempo, il limite deve essere accompagnato da presenza emotiva.

Solo divieto, controllo e punizione rischiano di produrre chiusura. Solo comprensione, senza confini, rischia di lasciare il ragazzo senza contenimento.

La parte difficile è tenere insieme entrambe le cose: fermezza e ascolto.

Quando chiedere aiuto per i comportamenti rischiosi in adolescenza

Può essere utile chiedere un supporto professionale quando i genitori sentono di non riuscire più a gestire la situazione, quando il dialogo è bloccato o quando il comportamento del ragazzo sembra diventare sempre più pericoloso.

Uno psicologo o uno psicoterapeuta dell’età evolutiva può aiutare a comprendere il significato del comportamento, valutare il livello di rischio e costruire un percorso adeguato.

A volte è utile un lavoro diretto con l’adolescente. Altre volte è importante iniziare da un percorso con i genitori, per aiutarli a leggere meglio ciò che accade e a modificare alcune modalità relazionali.

Chiedere aiuto non significa aver fallito. Significa non restare soli davanti a una situazione complessa.

Comportamenti rischiosi in adolescenza: cosa possono fare i genitori

Davanti ai comportamenti rischiosi in adolescenza, i genitori possono iniziare da alcuni passaggi fondamentali:

  • osservare se il comportamento è isolato o ripetuto;
  • evitare reazioni solo punitive o impulsive;
  • mantenere aperto il dialogo;
  • porre limiti chiari e coerenti;
  • collaborare con la scuola quando necessario;
  • non banalizzare segnali di sofferenza;
  • chiedere aiuto quando la situazione supera le proprie risorse.

L’obiettivo non è controllare completamente l’adolescente. Sarebbe impossibile e poco utile.

L’obiettivo è costruire una cornice sufficientemente sicura, dentro cui il ragazzo possa sentirsi visto, contenuto e aiutato a dare un significato a ciò che sta vivendo.

Conclusioni

I comportamenti rischiosi in adolescenza non vanno né drammatizzati automaticamente né banalizzati.

Possono essere espressione di sperimentazione, ricerca di autonomia e bisogno di mettersi alla prova. Ma possono anche segnalare disagio, fragilità, sofferenza o difficoltà profonde nella regolazione emotiva.

Il compito dei genitori è complesso: restare presenti, porre limiti, ascoltare, osservare e chiedere aiuto quando necessario.

Un comportamento rischioso non definisce un adolescente. Può però diventare un segnale importante da ascoltare.

Comprendere cosa c’è dietro quel comportamento può aprire la strada a un cambiamento più profondo, non solo per il ragazzo, ma per tutta la famiglia.

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Se senti che tuo figlio sta attraversando un momento di difficoltà, oppure se come genitore ti senti
preoccupato, confuso o non sai più come comportarti, può essere utile fermarsi e chiedere un primo
confronto.
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tuo figlio.



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Novembre 18, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/11/Comportamenti-rischiosi-in-adolescenza.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-11-18 09:12:542026-07-04 13:51:16Comportamenti rischiosi in adolescenza: quali sono e come affrontarli
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Cosa si intende per orientamento scolastico e perché è così importante per gli studenti?

Orientamento scolastico

Arriva un momento nella vita scolastica in cui bambini e adolescenti devono fare delle scelte relative al loro percorso educativo. Sono ancora molto giovani e potrebbero trovarsi in difficoltà a fare delle scelte che hanno un peso sul loro futuro prossimo e immediato. In questi casi può dare una grande mano l’orientamento scolastico, che aiuta gli studenti a scegliere il percorso scolastico più adatto alle loro capacità, alle loro attitudini e alle loro aspettative, tenendo conto dei punti forti e dei punti deboli.

Cos’è l’orientamento scolastico: le origini del termine

Orientamento deriva dal termine latino “oriens”, cioè “oriente”, e dal verbo “oriri”, che vuol dire “sorgere”. Non a caso i templi degli antichi Greci e degli antichi Romani erano orientati, in quanto costruiti con la facciata rivolta verso Oriente, dove appunto sorge il sole.

Dopo questa parentesi semantica, approfondiamo meglio il significato di orientamento scolastico, che accompagna gli studenti durante i percorsi di istruzione.

Come funziona l’orientamento scolastico? Prendiamo come esempio un ragazzino che deve scegliere la scuola superiore, ma non ha idea di quale sia la scelta giusta. Un professionista, come uno psicologo specializzato, può presentare al ragazzo tutte le opzioni, tenendo conto delle sue competenze e dei suoi interessi per indirizzarlo a fare la scelta più saggia.

Con una figura professionale al suo fianco, il ragazzo evita di fare scelte sbagliate che possono portare a conseguenze molto gravi, come frustrazione, abbandono scolastico o addirittura insoddisfazione lavorativa in età avanzata. L’orientamento scolastico può accompagnare lo studente dalla scuola dell’infanzia fino a quella secondaria, ponendosi come una guida che lo incoraggia a esplorare le sue potenzialità e ad avere le idee chiare sul percorso futuro, sia scolastico che lavorativo.

I principi dell’orientamento scolastico: cosa fare e cosa non fare

Il professionista che si occupa dell’orientamento scolastico non deve mai influenzare le scelte dello studente, né tanto meno altre persone, come i genitori, devono scegliere al posto suo. L’orientamento scolastico deve aiutare il ragazzo a fare una scelta consapevole, così da perseguire obiettivi realistici e migliorare la sua autostima. Serve anche per dare supporto allo studente nei momenti di ansia e indecisione, aiutandolo ad approfondire i punti di forza e di debolezza tramite test psicometrici e interviste strutturate.

Quali sono gli obiettivi e i problemi?

L’orientamento scolastico deve informare lo studente non solo delle opzioni a sua disposizione, ma anche dei possibili sbocchi professionali. Si tratta anche di un lavoro psicologico e introspettivo, poiché l’orientamento scolastico aiuta il ragazzo a conosce meglio se stesso, a scoprire le sue abilità e i suoi limiti e a prendere decisioni autonomamente.

Durante il processo di decisione possono emergere vari problemi, come confusione, insicurezza, bassa autostima o anche una scarsa conoscenza delle proprie potenzialità e dei propri limiti. Come già anticipato bisogna tenere a freno i genitori, che potrebbero essere fin troppo presenti e prendere decisioni per il figlio.

L’orientamento scolastico è utile per tutti i bambini e gli adolescenti, soprattutto quelli insicuri che hanno difficoltà a prendere decisioni. Nei mesi precedenti alla scelta, allo studente andrebbe affiancato uno psicologo specializzato in orientamento scolastico, che tramite test attitudinali o colloqui motivazionali può inquadrarlo meglio e indirizzarlo verso il percorso più adatto alle sue capacità e aspettative.

Novembre 9, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/10/Orientamento-scolastico.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-11-09 11:01:592024-11-09 11:01:59Cosa si intende per orientamento scolastico e perché è così importante per gli studenti?
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L’alleanza educativa tra genitori e insegnanti

alleanza educativa

Viviamo in una società altamente competitiva che ci impone standard molto alti da rispettare. In tale contesto anche gli adolescenti sono chiamati ad offrire prestazioni altamente competitive in diversi ambiti, non solo quello scolastico, e questa situazione può portare ad uno stress emotivo che si trasforma in ansia, paura e in alcuni casi addirittura depressione. L’alleanza educativa tra genitori e insegnanti diventa quindi uno strumento prezioso da sfruttare per sostenere i giovani e prepararli alle sfide del domani.

Cosa si intende per alleanza educativa tra genitori e insegnanti?

Con il termine alleanza educativa tra genitori e insegnanti si fa proprio riferimento all’alleanza che deve crearsi tra le famiglie degli studenti e la scuola, che devono fare fronte comune contro quelle problematiche che possono essere associate al disagio adolescenziale.

Oggi gli studenti, tra innovazione e tecnologia, si ritrovano ad affrontare problematiche molto differenti e articolate. Serve quindi un approccio a 360° sulle questioni da affrontare e una collaborazione aperta tra scuola e famiglia che devono dialogare apertamente tra di loro.

L’obiettivo è sicuramente migliorare le prestazioni scolastiche del ragazzo e prepararlo ad affrontare meglio le sfide di domani, ma anche supportare il suo benessere emotivo e psicologico per garantirgli una buona qualità della vita.

Come possono collaborare scuole e famiglie?

Nel pieno rispetto dei rispettivi ruoli, scuole e famiglie devono trovare il modo migliore per collaborare e creare una sinergia perfetta a beneficio degli studenti.

La partnership può consistere in varie forme di collaborazione, come una comunicazione regolare e costante tra scuole e famiglie che prevede uno scambio reciproco di informazioni sugli alunni. Gli incontri genitori-insegnanti sono altri momenti ideali per costruire un rapporto di fiducia e di stima reciproca. I genitori dovrebbero partecipare agli eventi scolastici e collaborare negli impegni a casa, facendo sentire la loro vicinanza e la loro presenza ai figli che hanno bisogno di rassicurazioni e punti fermi, soprattutto in una fase delicata come l’adolescenza.

È stato dimostrato in più occasioni che una partnership tra famiglie e scuole ha effetti positivi non solo sul rendimento scolastico del ragazzo, ma anche sul suo comportamento e in generale sull’adattamento sociale.

Quali sono le nuove sfide dell’educazione?

I giovani, indipendentemente dal contesto sociale dove vivono e dal loro background culturale, sono chiamati ad affrontare le medesime sfide educative della nostra epoca. Tuttavia la scuola deve tenere conto che non tutte le famiglie hanno gli stessi mezzi per affrontarle.

Ci sono le barriere linguistiche, come ad esempio bambini e ragazzi stranieri che non parlano perfettamente l’italiano, ma che possono riguardare anche studenti con problemi specifici come la dislessia o altri tipi di DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento). Altri ostacoli ancora sono le differenze culturali o le limitazioni di tempo o di risorse che possono avere alcune famiglie.

La scuola deve quindi mantenere un dialogo aperto con le famiglie per individuare le strategie e le metodologie didattiche più adatte per ogni tipo di studente. Utilizzando con oculatezza le tecnologie innovative, come piattaforme di apprendimento online e sistemi di comunicazione digitale, le scuole possono fornire alle famiglie gli strumenti necessari per affrontare le sfide dei tempi attuali e mettere gli studenti nelle stesse condizioni per farli rendere al meglio senza alcuna disparità.

Ottobre 25, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/10/alleanza-educativa.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-10-25 10:54:332024-10-25 10:54:33L’alleanza educativa tra genitori e insegnanti
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Preadolescenza, come gestire l’età di mezzo tra infanzia e adolescenza?

preadolescenza
  • L’adolescenza dei figli è una fase che i genitori attendono con grande ansia, ma c’è un’altra fase di crescita ancora più critica e delicata: la preadolescenza. Si tratta fondamentalmente del passaggio del bambino dall’infanzia all’adolescenza, che mette a dura prova tanto i figli quanto i genitori.

I rischi della preadolescenza

I bambini mostrano i primi sintomi di preadolescenza verso i 9 anni, quando percepiscono che i genitori non sono così perfetti e infallibili, come invece avevano idealizzato nella fase dell’infanzia.

I genitori, a loro volta, si rendono conto che quel bambino così dolce e amorevole si sta gradualmente trasformando in un ragazzino ribelle e con i problemi tipici che può portare una fase come l’adolescenza.

Figli e genitori vivono una sorta di disillusione reciproca che si trasforma in delusione. Eppure è proprio in questa fase che i genitori devono “tenere duro” e sforzarsi di essere comprensivi con i figli.

I ragazzi in fase preadolescenziale vivono una serie di cambiamenti per certi versi “traumatici”: si evolvono le relazioni con i coetanei, soprattutto dell’altro sesso, si sviluppa una maggiore autonomia dai genitori e bisogna fare i conti con il corpo che cambia.

Come devono comportarsi i genitori con figli preadolescenti?

I genitori devono capire che i loro figli non saranno bambini in eterno, anzi stanno per diventare ragazzi. La cosa migliore è lasciarli liberi di esplorare, anche di sbagliare entro i limiti consentiti, rassicurandoli sul fatto che la famiglia sarà sempre il porto sicuro dove trovare riparo senza essere giudicati.

In questa fase è comunque necessario imporre delle regole, chiare, precise e comunicate verbalmente, quindi non date per scontate. Se da un lato bisogna essere rigidi, d’altro lato in alcuni casi bisogna anche essere più elastici. Questo significa che, a seconda dei casi, è possibile rivedere le regole e rinegoziarle volta per volta. Mostrarsi flessibili aiuta a migliorare il dialogo tra preadolescenti e genitori.

Dialogo è proprio la parola d’ordine nel rapporto tra figli e genitori, in qualunque fase della crescita. I genitori hanno paura di sbagliare, magari concedendo troppo o troppo poco. Ecco perché è importante dialogare con i propri figli per intercettare le loro esigenze, i loro bisogni e le loro necessità.

In fase preadolescenziale liti furibonde tra genitori e figli sono all’ordine del giorno, anzi possiamo definirle fisiologiche. Le discussioni rappresentano un passaggio obbligato e, anche se può sembrare strano, fanno parte del percorso di crescita. I genitori non devono dunque evitare il conflitto, che a modo suo consente ai figli di elaborare la loro individualità.

Costruire e rafforzare la relazione di coppia

Soprattutto nei primi anni di vita del bambino mamma e papà tendono un po’ ad “annullarsi” come coppia. La fase preadolescenziale del figlio è il momento ideale per ripensare il proprio rapporto di coppia e ricreare nuovi equilibri.

Il figlio preadolescente, consapevole che i genitori sono uniti e felici, si allontana con meno senso di colpa da loro. Infine mamma e papà sono sicuramente genitori, ma anche donna e uomo, e in quanto tali non devono smettere di amarsi. In un contesto familiare sereno anche il preadolescente può crescere affrontando i cambiamenti e le difficoltà con maggiore tranquillità.

Ottobre 9, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/08/preadolescenza.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-10-09 09:21:522024-10-09 09:21:52Preadolescenza, come gestire l’età di mezzo tra infanzia e adolescenza?
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Ritiro sociale in adolescenza: cos’è e come affrontarlo

Ritiro sociale in adolescenza

È normale che il proprio figlio adolescente se ne stia sempre chiuso nella sua stanza, impedendo l’accesso ai genitori e tagliando quasi ogni contatto col mondo esterno? In linea di massima la risposta potrebbe essere anche sì, ma su questo aspetto è opportuno che i genitori tengano le antenne dritte. Questa situazione, se si protrae per almeno 6 mesi, può configurare una problematica piuttosto seria come il ritiro sociale in adolescenza.

Quali sono i sintomi del ritiro sociale in adolescenza?

Quando gli adolescenti non hanno più alcun contatto col mondo esterno per un periodo prolungato, sostituendo le interazioni sociali con giochi online e social, allora è il caso di monitorare questa situazione con grande attenzione.

Generalmente vivere la notte e dormire il giorno è uno dei sintomi del ritiro sociale. L’adolescente non riesce a distinguere tra il giorno e la notte, ma generalmente preferisce uscire dalla sua stanza nelle ore notturne poiché sa che non incontrerà nessuno.

L’inversione dei ritmi sonno-veglia provoca altre problematiche come apatia e letargia costante, che inevitabilmente incidono sull’andamento scolastico e sulla capacità di concentrazione. I ragazzi rifiutano il presente, la scuola e le relazioni sociali, di conseguenza non pensano assolutamente al futuro.

Le cause?

Da cosa dipende il ritiro sociale in adolescenza? Da tanti motivi, a partire dai significativi cambiamenti del proprio corpo che non sempre vengono vissuti con serenità dall’adolescente. I canoni di bellezza moderni hanno purtroppo imposto fisici perfetti e senza un filo di grasso, per non parlare della necessità di apparire vincenti e popolari, altro modello imposto dalla società attuale.

In tale contesto l’adolescente rischia di sentirsi inadeguato e, se non si vede allo specchio bello, forte e vincente si vergogna e preferisce rinchiudersi nella sua stanza, così da non incorrere nel bullismo, nella paura di fallire o di essere preso in giro.

Altre cause sono di natura mentale e strettamente legate a disturbi d’ansia e depressione. L’adolescenza è un’età molto delicata, in cui si lascia per sempre il mondo dei bambini per entrare nel mondo dei grandi, o almeno nell’anticamera. In questo passaggio il ragazzino si trova ad affrontare nuove sfide che creano ansia e preoccupazione. Piuttosto che mettersi in gioco, col rischio di fallire, i ragazzi preferiscono dunque ritirarsi. Gli adolescenti provano anche un senso di vergogna verso i genitori, perché temono di deluderli, perciò preferiscono evitarli proprio per non dover affrontare quella sensazione di inadeguatezza.

Cosa possono fare i genitori?

I genitori devono essere sempre presenti e tenere sotto controllo i comportamenti degli adolescenti, intervenendo tempestivamente se alcuni atteggiamenti sfiorano il patologico.

Individuare una patologia come il ritiro sociale in adolescenza è piuttosto complesso, anche perché i sintomi possono essere blandi o poco preoccupanti. Difficilmente questi ragazzi hanno eccessi di rabbia, quindi è facile cadere nell’errore di pensare che siano semplicemente introversi o che il loro comportamento sia legato ad una fase della crescita.

Quando però rifiutano di uscire con gli amici, andare a mangiare una pizza o partecipare a feste di compleanno, attività che solitamente danno gioia ed entusiasmo, è il caso di intervenire.

I genitori devono essere costantemente in contatto con la scuola, che deve segnalare eventuali comportamenti preoccupanti. Inoltre è fondamentale contattare tempestivamente uno specialista, che può avere inizialmente contatti con il ragazzino per instaurare con lui un rapporto di fiducia per poi avviare una terapia più incisiva.

Settembre 29, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/08/Ritiro-sociale-in-adolescenza.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-09-29 06:54:112024-09-29 06:54:11Ritiro sociale in adolescenza: cos’è e come affrontarlo
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Il gioco del bambino: cosa ci dice di lui

il gioco del bambino

Per i bambini non c’è niente di più serio del gioco! Il gioco del bambino rappresenta infatti la sua massima espressione e lo aiuta ad apprendere, conoscere e codificare i comportamenti esterni. Il modo in cui un bambino gioca può fornire indicazioni molto importanti e, in alcuni casi, nascondere anche dei disagi. Ecco perché i genitori dovrebbero fare attenzione a come gioca il bambino.

Il gioco del bambino: quando bisogna preoccuparsi e quando no

Un bambino che si inventa diversi giochi, e che sa giocare sia da solo che in compagnia, vive un momento felice e sereno. Eventuali problemi a giocare da solo potrebbero invece rappresentare forme di disagio, ma solitamente transitorie. La stessa cosa vale se, al contrario, preferisce isolarsi e giocare da solo, senza la partecipazione di altri bambini. Questo comportamento potrebbe celare il timore dell’altro o la paura di affrontare situazioni nuove.

L’amico immaginario

Tra i 6 e gli 8 anni i bambini potrebbero inventarsi il cosiddetto amico immaginario, che può aiutare il piccolo a superare alcune paure o comunque una fase complessa della vita. I compagni di gioco immaginari possono comparire in occasione di cambiamenti importanti, come un trasloco o magari quando arriva un fratellino o una sorellina.

Dopo gli 8 anni iniziano a scomparire gradualmente, quando la situazione di difficoltà è stata metabolizzata o risolta. Chi vuole approfondire l’argomento può leggere l’articolo apposito che abbiamo realizzato sull’amico immaginario.

Bambini che non giocano per nulla

Come comportarsi invece quando i bambini non giocano per nulla, o comunque giocano molto poco? Questa situazione è sicuramente anomala e rappresenta un campanello d’allarme per i genitori.

Le circostanze possono essere molto varie: ci sono bambini che rifiutano alcune tipologie di gioco, altri che decidono di giocare solo se stimolati da specifici amichetti e altri ancora che preferiscono solo i giochi con regole fisse.

Spesso si tratta di bambini che, pur essendo maturi da un punto di vista intellettivo, hanno una fantasia limitata o fanno fatica ad entrare in contatto con le loro emozioni. Potrebbero avere scarsa fiducia in loro stessi e bisogna capire da dove nasce questo limite.

Giochi irrequieti e giochi aggressivi

Infine ci sono i giochi irrequieti e i giochi aggressivi, sui quali è bene soffermarsi un attimo.

I giochi irrequieti non vanno confusi con quelli di movimento, in quanto rappresentano una modalità di gioco frenetica e compulsiva. In realtà i bambini non si divertono con questi giochi, che infatti lasciano spesso a metà. Potrebbe trattarsi di bimbi iperattivi, che nascondono dentro di loro un forte stato di ansia e che cercano rassicurazione da parte degli adulti, perfino provocando punizioni.

E poi ci sono i giochi aggressivi, che possono essere quelli bellici con armi. I genitori tendono a demonizzare questi giochi, ma in realtà aiutano il bambino a sfogare la loro aggressività in modo ludico, senza far male a nessuno.

L’aggressività in qualche modo deve essere sfogata, quindi tanto vale far sfrenare i bambini con pistole giocattolo che non arrecano danni. Usare armi finte rappresenta anche la capacità di difendersi, quindi non è una buona idea proibire ai bambini l’uso di pistole giocattolo.

Qualunque sia il gioco scelto dal proprio figlio, è importante rapportarlo alla situazione familiare e adottare le contromisure necessarie per superare frustrazioni, stati d’ansia o cambiamenti che possono spaventare.

Agosto 26, 2024/0 Commenti/da fracirfer
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Come preparare il bambino ad andare dallo psicologo?

Come preparare il bambino ad andare dallo psicologo

Il proprio bambino, in alcune fasi della vita, può manifestare disturbi e difficoltà piuttosto serie che richiedono l’intervento di uno psicologo infantile. Questa figura, anche tra gli adulti, viene spesso demonizzata, mentre invece si tratta di un professionista che aiuta ad affrontare meglio alcune criticità e problematiche che possono presentarsi in determinati periodi. Ma come preparare il bambino ad andare dallo psicologo? In questo articolo analizziamo punto per punto come muoversi per rendere l’incontro tra lo psicologo e il bambino sereno e individuare insieme le difficoltà del piccolo per affrontarle con gli strumenti più adeguati.

Come preparare il bambino ad andare dallo psicologo: cosa dire e cosa non dire

È preferibile che il primo incontro avvenga tra i genitori e lo psicologo senza il bambino. In questo modo il professionista può conoscere la storia del piccolo e capire quali sono le sue problematiche, così da avere già una panoramica generale della situazione. Serve inoltre la firma di entrambi i genitori, senza le quali lo psicologo non può vedere il minore.

Spesso i genitori, quando portano il bambino dallo psicologo, dicono che si tratta di un maestra o di un amico di mamma o di papà. Benché si tratti di una bugia a fin di bene, la cosa migliore sarebbe dirgli la verità. Il bambino vede quotidianamente le maestre e, se magari ha un rapporto conflittuale con la scuola, potrebbe sentirsi sotto esame. Inoltre non ha mai visto quella persona, quindi si chiede come sia possibile che si tratti di un amico di mamma o papà.

Chiaramente la verità va “addolcita” e, per evitare malumori o confusione, gli esperti suggeriscono di usare proprio la parola “psicologo infantile”. Ecco come rapportarsi in base alle diverse età:

  • ai bambini che frequentano la scuola d’infanzia si può dire che questa persona è interessata ai suoi giochi e vorrebbe giocare con lui;
  • ai bambini in età scolare, consapevoli delle difficoltà che incontrano, si può dire che questa persona potrà aiutarli a valorizzare i loro punti di forza e a stare meglio;
  • con gli adolescenti bisogna motivare le scelte, facendo loro capire che l’interesse dei genitori è aiutarli a superare i problemi. L’adolescente si sentirà accolto e svilupperà un maggiore senso di autostima.

In ogni caso è consigliabile confrontarsi con lo psicologo per capire cosa dire al bambino e come prepararlo al primo incontro.

Cosa può fare lo psicologo per il bambino?

Lo psicologo deve tranquillizzare il bambino, garantendogli che non è lì per essere esaminato o visitato. Il professionista, conoscendo in anticipo le preferenze del piccolo, potrà preparare la stanza con i giochi che più gli piacciono, rendendo l’ambiente confortevole e tranquillizzante.

Dopo una fase iniziale di titubanza i bambini, soprattutto se lo psicologo tocca le corde giuste, si lasciano andare piuttosto velocemente e instaurano col professionista un rapporto di fiducia, proprio perché trovano uno spazio accogliente e a misura di bambino.

A volte il bambino ha già sentito parlare dello psicologo, magari in famiglia o alla scuola, e sviluppa dei pregiudizi credendo di essere matti. Lo psicologo deve spiegare che sono lì non perché giudicati deboli o matti ma, al contrario, sono considerati bambini forti che hanno il coraggio di affrontare le loro difficoltà e le loro paure.

I genitori devono comprendere che il problema non riguarda esclusivamente il bambino, ma tutta la famiglia, e quindi tutte le persone che circondano il minore devono lavorare insieme per aiutarlo a superare quel momento di difficoltà e riprendere il percorso di crescita in maniera serena.

Agosto 9, 2024/0 Commenti/da fracirfer
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Amico immaginario: perché i bambini lo creano e come gestirlo?

amico immaginario

Se i vostri figli pretendono che venga aggiunto un posto a tavola o che venga fatto un po’ di spazio in auto non dovete preoccuparvi, si tratta dell’amico immaginario. Quasi tutti i bambini, nei primi anni di vita, con la loro fantasia creano un compagno immaginario con il quale giocare.

Si tratta per l’appunto di un bambino invisibile, solitamente della stessa età di vostro figlio, che ha anche un nome. C’è da preoccuparsi? In linea di massima no, poiché è una forma di difesa del bambino che piano piano inizia a conoscere il mondo esterno.

Perché i bambini creano un amico immaginario?

Nella psicologia l’amico immaginario assume vari significati, ognuno dei quali contribuisce a costruire l’identità del piccolo. Questa figura, partorita esclusivamente dalla fantasia del bambino, funge da ponte di collegamento tra la realtà interna del piccolo, con i suoi pensieri e la sua visione del mondo, con la realtà esterna popolata dagli adulti.

Tramite l’amico immaginario il bambino spesso esterna le sue paure, le sue emozioni, le sue preoccupazioni e tutte le sue gioie. In questo modo il bambino non si “espone” e comunica in maniera indiretta sentimenti che possono essere troppo intensi o dolorosi.

Inoltre il compagno immaginario nei bambini li aiuta a sentire meno soli e non è escluso che possa essere “inventato” per affrontare un trauma o una situazione spiacevole. In tale ottica il compagno immaginario può anche essere considerato un porto sicuro dove rifugiarsi.

In un certo senso questo amico di fantasia può essere considerato l’alter ego del bambino, proiettandolo così verso il mondo esterno e aiutandolo a costruire la sua identità, il suo super io.

Come devono comportarsi i genitori?

Quindi come devono comportarsi i genitori? Bisogna intervenire oppure no? Come detto si tratta di una situazione piuttosto frequente tra i bambini, quindi non c’è da preoccuparsi. Non bisogna però pensare che l’amico immaginario sia un semplice sostituto degli amici reali, né tanto meno pensare che sia nato da una forma di immaginazione nevrotica.

Il bambino crea un amico immaginario per restare in contatto con la realtà e trovare una scorciatoia per affrontare i problemi della vita. Il piccolo sta iniziando a conoscere il mondo esterno, che può presentare insidie, trappole e pericoli e ogni tanto preferisce rifugiarsi nel mondo della sua fantasia per esaudire i suoi desideri.

I figli quindi devono essere lasciati liberi di far andare a briglie sciolte la loro fantasia, un esercizio emotivo e mentale che li aiuta a creare la loro identità. Non bisogna quindi convincere il bimbo che non esiste alcun amico immaginario, né fargli troppe domande da adulti. L’unica cosa che i genitori possono fare è prendere atto che esiste nella mente del bambino un amico immaginario, con il quale giocare e interagire di tanto in tanto.

Si tratta di un processo che si interromperà autonomamente quando il bambino crescerà e ormai ha imparato a controllare e gestire le sue paure. Tuttavia ci sono rari casi in cui l’amico immaginario può continuare a persistere anche in età adulta, ma vive solo nella mente dell’adulto e non si manifesta agli altri nella vita pratica.

Luglio 30, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/07/amico-immaginario.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-07-30 10:09:442024-07-30 10:09:44Amico immaginario: perché i bambini lo creano e come gestirlo?
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Mamma e papà si separano: come comportarsi coi bambini?

mamma e papà si separano

Mamma e papà si separano: come comunicarlo ai figli? Una domanda che si pongono i genitori sul punto di separarsi e che hanno a cuore la serenità dei lori figli, la cui quotidianità viene inevitabilmente sconvolta. Iniziamo a chiarire una cosa: secondo alcuni studi il 70% dei figli di genitori separati non mostrano particolari disagi sul medio-lungo termine.

E l’altro 30%? I bambini potrebbero sviluppare difficoltà dettate soprattutto dalle situazioni di conflittualità vissute sulla propria pelle, costruendo un’immagine negativa di ogni tipo di situazione sentimentale. Questo significa che bisogna sforzarsi di non litigare proprio davanti ai bambini. Come devono comportarsi i genitori? Come comunicare ai figli la separazione? Domande alle quali rispondiamo nei prossimi paragrafi.

Mamma e papà si separano: come dirlo ai figli?

Situazioni come litigi, risentimenti o ripicche tra i genitori aumentano l’ansia e la tristezza dei bambini, che possono sentirsi colpevoli della situazione. In questi casi i piccoli potrebbero avere problemi di enuresi notturna o diurna, cioè farsi la pipì addosso, richiedere attenzioni continue, avere incubi, problemi di relazione, scarso rendimento scolastico e disturbi di attenzione o concentrazione.

I disagi emergono soprattutto nei primi due anni di separazione ed è proprio in questo periodo che i genitori devono rassicurare i figli, tranquillizzandoli sul fatto che non sono loro la causa dei problemi sorti tra mamma e papà. Inoltre devono rassicurarli sul fatto che mamma e papà, pur non essendo più partner, continueranno ad essere i loro genitori e ad amarli.

Fondamentale è la comunicazione, che deve essere chiara e semplice. Bisogna spiegare ai bambini che mamma e papà non torneranno insieme. Questo chiaramente provocherà ulteriore disagio e tristezza, ma è uno step obbligatorio, per quanto doloroso, per non creare illusioni nei piccoli che verranno poi disattese.

Il bambino poi deve essere ascoltato per spiegare le emozioni che sta vivendo in una fase così delicata della sua vita, senza critiche o giudizi. Solo così il bambino sarà libero di esprimere cosa sta provando e permettere ai genitori di adottare le contromisure necessarie per tranquillizzarlo.

Inoltre è opportuno regolare gli incontri tra i genitori e comunicarli al bambino, evitando così situazioni di ulteriore caos o dubbi nella mente del piccolo.

Quando è opportuno rivolgersi ad uno psicologo?

Rivolgersi ad uno psicologo in caso di separazione è sempre indicato, a maggior ragione se i figli manifestano un’insofferenza che i genitori non sono in grado di gestire.

Un professionista del settore può innanzitutto aiutare i genitori stessi ad elaborare quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato un evento luttuoso, oltre che un fallimento personale. Aiuta ad avere una comunicazione chiara e semplice con il figlio, invitandolo a parlare delle sue emozioni senza che si chiuda in se stesso.

Uno psicologo aiuta gli stessi ex partner a mantenere un rapporto civile tra di loro e a ridurre la conflittualità, cosa che fa bene anche al bambino. In questi casi è necessario coinvolgere anche il bambino?

In linea generale dipende dall’età del bambino e dal modo in cui sta affrontando la situazione, ma sarà comunque il professionista a decidere caso per caso se è il caso di coinvolgere anche il piccolo.

Luglio 17, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/07/mamma-e-papa-si-separano.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-07-17 07:43:212024-07-17 07:43:21Mamma e papà si separano: come comportarsi coi bambini?
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Dott.ssa Sara Mengoni
Psicologia dell’età evolutiva
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