Sara Mengoni Psicologa
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Mail
  • Welcome
  • Chi sono
  • Consulenza psicologica online per genitori
  • Età evolutiva
    • Bambini
    • Adolescenti
    • Genitori
  • Blog
  • Contatti
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu
News

Disturbo ossessivo compulsivo nei bambini

Disturbo ossessivo compulsivo nei bambini

Il disturbo ossessivo compulsivo nei bambini è un fenomeno passeggero o un problema preoccupante da non sottovalutare? Il discorso è piuttosto ampio e lo approfondiamo in questo articolo per dare una risposta precisa.

Fino a poco tempo fa il disturbo ossessivo compulsivo, detto DOC, era considerato tipico dell’età adulta, ma molti studi hanno invece confermato che può manifestarsi in età adolescenziale e anche infantile.

Partiamo dal concetto che per i bambini ripetere alcune azioni fino allo sfinimento può essere normale entro certi limiti. Quasi ogni bambino, ad esempio, chiede più volte al papà o alla mamma di rileggere una favola appena terminata.

Le cause del disturbo ossessivo compulsivo nei bambini sono da ricercare nella necessità del piccolo di avere delle certezze e sentirsi più sicuro. Verso i 7 anni questi comportamenti dovrebbero gradualmente attenuarsi fino a scomparire.

I sintomi

Conoscere i sintomi del disturbo ossessivo compulsivo nei bambini è fondamentale per capire quando si tratta di comportamenti fisiologici e quando patologici. Gli esperti ritengono che è opportuno preoccuparsi in due casi:

  • quando i bambini hanno pensieri o comportamenti ripetitivi in circostanze inusuali;
  • quando questi pensieri influiscono negativamente e in maniera persistente sul bambino, determinando un senso di frustrazione e anche un calo nel rendimento scolastico.

I sintomi ossessivi compulsivi in genere si palesano in concomitanza con eventi stressanti, come una bocciatura, l’inizio della scuola o altri problemi in famiglia e sono più frequenti la sera. Paura eccessiva dello sporco, terrore di farsi male o che si facciano male i propri cari e desiderio di avere tutto in perfetto ordine simmetrico sono alcuni dei sintomi più frequenti.

I bambini potrebbero posizionare le pantofoline prima di andare a dormire perfettamente allineate per contrastare efficacemente un ipotetico mostro che può uscire dall’armadio o da sotto il letto, oppure controllare più volte che la porta è chiusa a chiave per poter dormire sonni tranquilli.

Disturbo ossessivo compulsivo nei bambini: la cura

I genitori possono adottare delle contromisure e contenere questi comportamenti. La prima cosa che mamma e papà devono fare è prendere coscienza del problema del figlio e comprendere la natura del disturbo, che non è un semplice capriccio o una fissazione.

I bambini che soffrono di DOC sono consapevoli che i loro pensieri ossessivo-compulsivi e le loro preoccupazioni non sono reali, quindi se ne vergognano e possono compiere i loro cosiddetti “rituali” di nascosto per non essere considerati strani.

Se dovessero farlo, i genitori non devono sgridare i bambini, né tanto meno imporre con la forza di non compiere questi gesti. Non fare più i soliti rituali comporta una grave sofferenza per il bambino, che potrebbe reagire molto male facendo i capricci, chiudendosi in se stesso o, come detto, continuare a farli di nascosto.

In generale è importante creare attorno al piccolo un ambiente familiare sereno e tranquillo, cercando per quanto possibile di non esternare le proprie preoccupazioni che rischiano di ingigantire l’ansia del piccolo. Ascoltare senza dare giudizi o consigli è un’ottima contromisura per aiutare il bambino a superare questo disturbo. Bisogna essere comprensivi, ma assecondare sempre e comunque alcune richieste inaccettabili, come continuare a fare la doccia per ore, è comunque sbagliato.

Se i disturbi ossessivo-compulsivi dovessero protrarsi nel tempo, nonostante tutti gli accorgimenti, la cosa migliore è allora richiedere l’aiuto di un professionista qualificato con il coinvolgimento diretto del bambino.

Luglio 11, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/07/Disturbo-ossessivo-compulsivo-nei-bambini.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-07-11 07:11:542024-07-11 07:11:54Disturbo ossessivo compulsivo nei bambini
News

Sculacciare il bambino non è educativo

sculacciare il bambino

Sculacciare il bambino, fino a qualche decennio fa, poteva essere considerata una pratica “terapeutica” ed “educativa” corretta. “Chi di noi non si è mai preso una sculacciata?” – con questa frase molti genitori giustificano il gesto di sculacciare il bambino, ma la realtà è ben diversa. Numerosi studi neuroscientifici hanno dimostrato che la sculacciata ai bambini non solo non serve a niente, ma è controproducente e sul medio-lungo periodo può causare danni emotivi e psicologici anche piuttosto seri.

Tra l’altro la sculacciata è addirittura vietata in alcuni stati. In Italia non c’è una legge vera e propria che la vieta, ma comunque in alcuni casi può essere equiparata ad una violenza domestica. In ogni caso sculacciare i bambini non è assolutamente consigliabile e nei successivi paragrafi spieghiamo il perché.

Sculacciare il bambino serve? No, ecco perché

Sono state condotte diverse ricerche e studi sulle sculacciate ai bambini che ne hanno evidenziato l’inutilità e la pericolosità.

È stato dimostrato che le sculacciate hanno un impatto diretto sullo sviluppo cerebrale dei bambini, aumentando la loro predisposizione allo stress per tutta la vita.

Non bisogna dimenticare che i figli imitano il comportamento dei genitori e quindi, se la sculacciata diventa fisiologica e abituale per punire ogni loro marachella, tenderanno a sviluppare condotte antisociali. In sostanza, venendo sculacciati continuamente a casa, possono ritenere normale aggredire o picchiare un compagno di classe.

Le sculacciate compromettono la capacità dei bambini di gestire le loro emozioni e di prendere decisioni costruttive, incidendo negativamente anche sula loro empatia e sulle relazioni con i compagni. Inoltre diminuiscono il livello di autostima e causano problemi di aggressività, ansia, paura e depressione. E ancora provocano sentimenti di vergogna e umiliazione.

Alcune ricerche hanno evidenziato un altro dato preoccupante: sculacciare i bambini può modificare la struttura e il funzionamento del cervello, con conseguenze negative sui punteggi di QI (Quoziente Intellettivo).

Quali sono le alternative alle sculacciate?

Il bambino sculacciato ripetutamente può iniziare a temere e ad evitare i genitori, la cui autorità rischia di essere minata nel corso del tempo. In pratica i figli, diventati adolescenti, potrebbero non riconoscere l’autorità dei genitori.

Per prima cosa bisogna instaurare una comunicazione chiara sin da subito col bambino, spiegando perché certi comportamenti vanno evitati e quali sono le conseguenze. Se il bambino fa dei danni, per quanto possibile bisogna spingerlo a ripararli.

Il bambino va poi “rinforzato”, quindi vanno premiati e lodati i comportamenti virtuosi per fargli capire che sta agendo nel modo desiderato. Le sculacciate rischiano di lasciare danni fisici e cicatrici emotive, perciò bisogna adottare pratiche alternative che spiegano ai bambini quali sono le condotte adeguate, sempre con gentilezza e affetto.

Purtroppo i bambini a volte, come si suol dire, le “tirano dalle mani” e può capitare una sculacciata o un ceffone. Se dovesse capitare i genitori non devono colpevolizzarsi troppo, l’importante è che chiedano scusa al bambino per aver alzato le mani e che episodi del genere non si ripetano.

Un genitore stressato, stanco o arrabbiato può perdere la pazienza, quindi in questi casi è meglio affidare al bambino ad una persona di fiducia e allontanarsi per qualche minuto per far sbollire la rabbia. La parola d’ordine come sempre è prevenzione: prevenire i comportamenti scorretti dei bambini con metodi non violenti è la soluzione migliore, non certo le sculacciate.

Luglio 2, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/06/sculacciare-il-bambino.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-07-02 10:10:502024-07-02 10:10:50Sculacciare il bambino non è educativo
News

La teoria della mente: capire gli stati mentali degli altri

teoria della mente

I bambini sin da piccoli sviluppano una particolare capacità di mentalizzare il comportamento, cioè attribuire stati mentali alle persone per prevenire e in un certo senso interpretare le loro azioni future. Questo particolare comportamento si chiama teoria della mente e può essere “tradotto” con “io penso che tu pensi…”. In pratica questo è il ragionamento del bambino: “se mamma pensa che io sto dormendo, allora posso giocare di nascosto”.

Tale modo di pensare compare intorno ai 2 anni, anche se in modo graduale. In precedenza il bambino comunica tramite il “pointing”, cioè indicare qualcosa che si desidera, come un giocattolo o un bicchiere d’acqua. Lentamente il bambino osserva le reazioni degli adulti, sviluppando nella sua mente una serie di pensieri ed emozioni che ne spiegano i comportamenti.

Cos’è la teoria della mente e come si sviluppa

La teoria della mente, come detto, inizia a manifestarsi intorno ai 2 anni, quando il bambino è in grado di riconoscere solo le emozioni e i desideri suoi e degli altri. In questa fase domina la psicologia del desiderio. Ad esempio un bambino continuerà a chiedere la torta, benché la mamma gli abbia detto che per averla deve prima finire la pasta.

Verso i 3 anni si affaccia la psicologia della vera credenza. In questa fase il bambino comprende la vera credenza, collegata ad un fatto realmente accaduto, ma non capisce che ciò che succede non sempre corrisponde a ciò che lui crede.

Supponiamo che Marco rompa la macchinina di Luca. Marco piange e dice al papà che Luca è cattivo. Il papà gli spiega che Luca non l’ha fatto apposta, ma Marco continuerà a credere che Luca è cattivo perché gli ha rotto la macchinina.

A 4 anni subentra poi la psicologia della falsa credenza. Il bambino capisce che la credenza di una persona può essere diversa dalla sua.

Il test della falsa credenza: Sally e Anne

Nel 1983 fu elaborato il cosiddetto test della falsa credenza, dove protagoniste sono due bambine, Sally e Anne. Ai bambini viene illustrata con una vignetta in sequenza, o con un video, la storia di Sally e Anne. Sally ha un cestino, dentro al quale mette una biglia coperta con un panno, mentre Anne ha una scatola.

Nel gioco di finzione Sally esce dalla stanza, mentre Anne prende la biglia nel cestino e la mette nella sua scatola. Sally poco dopo torna e vuole giocare con la biglia. A quel punto l’esaminatore chiede ai piccoli spettatori dove guarderà Sally per trovare la sua biglia e giocare.

I bambini con meno di 4 anni tendono a rispondere, erroneamente, che Sally cercherà la palla nella scatola. Non sono ancora in grado di comprendere che ciò che hanno osservato, cioè lo spostamento della biglia dal cestino alla scatola, è diverso dalla credenza di Sally, che ha lasciato la biglia nella cesta e quindi la cercherà lì.

Cosa possono fare i genitori?

I genitori devono aiutare i bambini a sviluppare la capacità di mentalizzazione e l’empatia verso il prossimo. È consigliabile usare un linguaggio farcito di parole legate agli stati emotivi e mentali, come “credo”, “voglio”, “penso”, “sento” ecc. Sarebbe opportuno anche condividere momenti della giornata, aggiungendo parole che spiegano il proprio stato emotivo, ad esempio “mamma è felice perché oggi è una bella giornata”, oppure “papà è stanco perché oggi ha lavorato tanto”.

Se il bambino dovesse sbagliare qualcosa, o se sbagliano i genitori, è importante dare una spiegazione poiché non sempre la realtà corrisponde a ciò che si credeva o si voleva.

Giugno 25, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/06/teoria-della-mente.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-06-25 08:24:422024-06-25 08:24:42La teoria della mente: capire gli stati mentali degli altri
News

Disturbi alimentari nei bambini: come gestirli e da cosa dipendono

disturbi alimentari nei bambini

I bambini che non vogliono mangiare non sono certo una novità e, nella maggior parte dei casi, possono essere considerati semplici capricci. Tuttavia problemi come la bulimia o l’anoressia erano disturbi dell’alimentazione legati all’età adolescenziale e riguardava principalmente le ragazzine. Oggi invece sono sempre più frequenti i casi di disturbi alimentari nei bambini ed è importante capire quando si tratta per l’appunto di capricci e quando, invece, si tratta di veri e propri problemi che richiedono un intervento tempestivo.

Disturbi alimentari nei bambini piccoli

Per prima cosa è importante individuare le 4 tipologie più diffuse di disturbi alimentari nei bambini:

  • comportamento selettivo. I bambini decidono di mangiare solo determinati cibi, in base al colore o alla consistenza, e questo è tra i disturbi più diffusi;
  • disturbo di alimentazione selettiva. Questo disturbo non è molto differente da quello precedente, ma la selezione è ancora più rigida e ampia e, a lungo andare, può provocare problemi nella crescita e carenze nutrizionali causate da uno scarso apporto di vitamine;
  • disfagia funzionale. Anche questo disturbo si palesa in modo piuttosto frequente e si verifica quando il bambino ha subito un trauma legato al cibo. Se ad esempio ha rischiato di soffocare con il cibo, o ha visto qualche persona che stava per soffocare mentre mangiava, potrebbe sviluppare una sorta di paura verso il cibo, percepito come qualcosa di pericoloso e ostile;
  • disturbo da rifiuto pervasivo di cibo. Questo è un disturbo piuttosto raro, ma più pericoloso, poiché il bambino si rifiuta non solo di mangiare, ma anche di bere. La disidratazione e il sottopeso possono avere conseguenze molto gravi come il ricovero in ospedale e terapie lunghe e difficili.

Quali sono le cause?

Sono semplici capricci o c’è un motivo di fondo che scatena questi disturbi alimentari? Spesso tali disturbi sono indotti e si possono individuare due tipi di cause: psicologiche e fisiche.

Il rifiuto del cibo di natura psicologica nella maggior parte dei casi dipende da uno stato di disagio, come un lutto, un trauma o cambiamenti importanti, come l’arrivo di un fratellino. Facendo un discorso più generale, si presta sempre meno attenzione alla qualità del cibo. La frenesia della vita moderna porta i genitori a far mangiare ai bambini cibo spazzatura di scarsa qualità. Tuttavia è importante ricordare che il cibo non è solo nutrizione, ma anche relazione.

E poi ci sono motivazioni di natura fisica e la selezione del cibo può dipendere da problemi fisici come la celiachia o il reflusso gastroesofageo, o addirittura può manifestare un disturbo dello spettro autistico.

Cosa devono fare i genitori?

Come affrontare la situazione? I genitori possono cadere vittime della frustrazione, ma devono imparare a gestire la rabbia. Sgridare severamente il bambino perché non vuole mangiare non è una soluzione. Allo stesso modo bisogna evitare ricatti o metodi coercitivi, con frasi del tipo “se mangi ti compro il giocattolo o ti porto alle giostrine”. In ogni caso i genitori non devono arrendersi al primo no ma, con perseveranza e tenacia, devono insistere ma senza costrizioni.

Da tenere a mente che i bambini osservano e imparano dall’ambiente dove vivono, quindi è consigliabile proporre a tavola cibo diverso e variegato per abituarli ad un’alimentazione ricca. Bisogna evitare che i bambini “pizzichino” troppi cibi e merendine nel corso della giornata. Se nonostante tutti gli accorgimenti i problemi persistono, allora la cosa migliore è rivolgersi quanto prima ad un professionista.

Giugno 18, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/06/disturbi-alimentari-nei-bambini.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-06-18 06:14:182024-06-18 06:14:18Disturbi alimentari nei bambini: come gestirli e da cosa dipendono
News

Mutismo selettivo nei bambini: cos’è e come affrontarlo

mutismo selettivo

Alcuni bambini, soprattutto nell’età dello sviluppo, possono avere difficoltà a parlare con determinate persone o ad esprimersi in determinati contesti sociali. Potrebbe essere semplice timidezza, ma dietro potrebbe celarsi un altro problema chiamato mutismo selettivo. Analizziamo quali sono i sintomi, le cause e come affrontare questo problema.

I sintomi del mutismo selettivo

Si può parlare di mutismo selettivo quando i bambini “scelgono” di parlare solo con un numero ristretto di persone o in determinati contesti, generalmente familiari dove si sentono più a loro agio.

Tale problema si manifesta invece molto spesso a scuola, dove i bambini sono maggiormente stimolati e devono esprimersi davanti ai compagni di classe o agli insegnanti, una condizione che provoca in loro una sorta di stato di ansia.

I sintomi del mutismo selettivo sono i seguenti:

  • incapacità di riuscire a parlare in determinate situazioni;
  • il disturbo influisce negativamente sul rendimento scolastico;
  • il problema si manifesta anche con interlocutori che il bambino conosce;
  • la condizione non è legata ad altre problematiche come il disturbo della comunicazione, disturbi dello spettro dell’autismo o altri disturbi;
  • inespressività del viso;
  • scarso o assente contatto visivo;
  • immobilità o agitazione;
  • comportamenti oppositivi o aggressivi.

Le cause

Le cause del mutismo selettivo sono diverse, tra le quali possiamo individuare:

  • fattori genetici e fisiologici. Il mutismo selettivo può manifestarsi in quelle famiglie che presentano problematiche legate all’ansia;
  • fattori temperamentali. La timidezza e l’isolamento, che possono manifestarsi nell’incapacità di parlare in determinati contesti o in situazioni nuove, accentuano il problema;
  • fattori ambientali e familiari. Il mutismo selettivo è colpa dei genitori? In linea di massima no, ma alcuni comportamenti dei genitori possono in qualche modo favorire il mutismo selettivo. Genitori timidi o iperprotettivi possono trasmettere la loro ansia ai bambini.

Mutismo selettivo a scuola

Come specificato il mutismo selettivo si manifesta frequentemente a scuola, dove il bambino è sottoposto ad una pressione maggiore. Oltre ad evitare il contatto visivo con l’interlocutore, il bambino potrebbe manifestare il problema con un linguaggio del corpo goffo e impacciato, accompagnato da atteggiamenti tipici come girare la testa, guardare a terra, nascondersi o toccarsi i capelli.

I bambini con questo problema possono avere difficoltà a chiedere di andare in bagno, nascondono il cibo, non riescono a mangiare o lo fanno solo quando i loro compagni hanno finito. Talvolta per comunicare possono usare gesti non verbali come: gesticolare, dire sì o no con la testa, scrivere o esprimersi a monosillabi.

Cosa possono fare i genitori?

La prima cosa che i genitori devono fare è non forzarli a parlare ma, al contrario, creare un contesto sereno e familiare che consente al bambino di esprimersi senza ansie o paure. Il bambino non va punito o minacciato se non parla, né al contrario essere premiato se invece parla.

Non bisogna creare eccessive aspettative, ma mostrare invece fiducia nel bambino come atteggiamento rinforzante. È consigliabile parlare col bambino di una situazione che dovrà affrontare e che potrebbe trasmettergli ansia, così da farlo arrivare preparato e con meno paure.

Si posso usare strategie creative, come giochi e piccole sfide, per aiutarlo ad affrontare meglio le sue ansie. In generale bisogna favorire la sua autonomia e creare un dialogo diretto e costante con la scuola per capire quali sono le situazioni che maggiormente lo inibiscono. Se la situazione non migliora è possibile affrontare il mutismo selettivo con una terapia specifica e pensata apposta con lui con un professionista del settore.

Giugno 11, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/06/mutismo-selettivo.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-06-11 07:24:402024-06-11 07:24:40Mutismo selettivo nei bambini: cos’è e come affrontarlo
News

Ansia sociale dei bambini e timidezza: come gestirle?

Ansia sociale dei bambini

L’ansia sociale dei bambini, definita anche fobia sociale, è un disturbo che interessa i più piccoli che però non va confuso con una più fisiologica timidezza. Con ansia sociale si fa riferimento alla paura di essere criticati, derisi, umiliati o esclusi dagli altri. Situazioni come parlare in pubblico o interagire con compagni di classe e professori possono rappresentare veri e propri spauracchi.

Sembra che le ragazzine siano maggiormente interessate da questo disturbo, che si manifesta in tutta la sua gravità in età adolescenziale. I genitori hanno dunque l’obbligo di intervenire tempestivamente prima che sia troppo tardi. Nei seguenti paragrafi analizziamo i sintomi dell’ansia sociale e come affrontarla.

I sintomi dell’ansia sociale dei bambini

In base al DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), per diagnosticare una sindrome da ansia sociale è opportuno fare attenzione a questi sintomi:

  • paura o ansia in situazioni sociali in cui bisogna esporsi al giudizio degli altri;
  • paura di mostrare i sintomi dell’ansia;
  • scatti d’ira, pianti, immobilizzazione o aggrappamento al genitore;
  • ritiro sociale che spinge il bambino ad evitare situazioni sociali;
  • paura o ansia sproporzionate rispetto alla situazione che si deve affrontare;
  • manifestazione di fenomeni come ansia e paura per un periodo di almeno 6 mesi, che incidono negativamente sul rendimento scolastico e nel comportamento sociale.

Per quanto riguarda i sintomi fisici dell’ansia sociale, i bambini affetti da questo disturbo possono manifestare:

  • palpitazioni;
  • vertigini;
  • tremori;
  • rossore in volto;
  • vampate di calore;
  • sudorazione eccessiva;
  • gola secca;
  • tensione muscolare;
  • disturbi gastroenterici;
  • bisogno urgente di urinare;
  • disturbi del sonno e di concentrazione;
  • agitazione;
  • affaticabilità.

Nel caso in cui l’ansia e la paura si manifestano solo nel momento in cui bisogna parlare davanti ad altre persone, allora si parla di ansia sociale legata alla performance. Se invece il fenomeno dura meno di 6 mesi, si parla di ansia sociale transitoria.

Cosa devono fare i genitori?

Se questi fenomeni sono continuativi, scadendo nel patologico, allora non si tratta di una semplice timidezza e i genitori sono chiamati a intervenire.

Una buona pratica è quella di “allenare” il figlio ad affrontare la situazione che teme, ad esempio simulandola e dandogli consigli su come superare i momenti difficili, come fare una pausa o prendere un respiro mentre parla. I genitori potrebbero dire al figlio che anche loro a volte si sentono ansiosi, creando così empatia con lui e instaurando un rapporto di fiducia.

Alcuni genitori preferiscono non far partecipare i figli ad eventi che potrebbero causargli ansia, ma non è la soluzione, poiché il problema si evita ma non si risolve. In questi casi il bambino va preparato per tempo, senza punirlo o rimproverarlo. Sarebbe opportuno anche parlare con la maestra, per trovare insieme un modo per far uscire il bambino da questa situazione.

Non bisogna parlare o agire per conto del bambino, che va comunque rassicurato e incoraggiato in continuazione. Se sta facendo una cosa che generalmente gli mette ansia, come ad esempio parlare al telefono, bisogna incoraggiarlo e congratularsi in silenzio con lui, in modo da rafforzare la sua autostima. Sicuramente ci vuole pazienza e abnegazione, ma il lavoro del genitore è anche questo e non bisogna scoraggiarsi davanti alle difficoltà.

Giugno 5, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/06/Ansia-sociale-dei-bambini.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-06-05 06:55:462024-06-05 06:55:46Ansia sociale dei bambini e timidezza: come gestirle?
News

Cos’è il vamping e quali sono i rischi per i giovani

cos'è il vamping

C’è un fenomeno nato negli Stati Uniti, che si è diffuso ormai da anni anche in Italia, che si chiama vamping. Non preoccupatevi, i vostri figli non stanno diventando vampiri, almeno non nel senso letterale del termine. Ma allora cos’è il vamping? Possiamo tradurlo con “vampireggiare” e indica l’abitudine di giovani e adolescenti a stare svegli fino all’alba per navigare su Internet, chattare o interagire sui social network.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza, da un sondaggio è emerso che almeno 6 adolescenti su 10 hanno confessato che restano svegli fino all’alba per giocare, chattare con gli amici o navigare sui social network. Perché i ragazzi lo fanno? Quali sono le conseguenze? E cosa possono fare i genitori per contrastare questo fenomeno? Domande alle quali rispondiamo nei successivi paragrafi.

Cos’è il vamping e perché i giovani lo “praticano”?

Adolescenti e giovani “praticano” il vamping per sentirsi parte di una sorta di cybercomunità notturna dove ritrovarsi, dandosi veri e propri appuntamenti virtuali. Il fenomeno è talmente diffuso che sui social si è diffuso l’hashtag #vamping, per consentire ai “vampiri” digitali di riconoscersi e interagire tra di loro.

Ma perché lo fanno? I motivi sono tra i più disparati. Alcuni ragazzi, magari poco popolari tra i coetanei, cercano la loro approvazione facendosi notare sui social la notte. Altri lo fanno semplicemente per ribellione, una parola che spesso cammina di pari passo con adolescenza.

E poi ci sono altri ragazzi che navigano di notte senza un reale motivo, magari per noia o semplicemente per socializzare con altri coetanei che magari non rientrano nella propria cerchia di amici. Non sono rari i casi in cui si stringono amicizie virtuali nel mondo online.

Quali sono i rischi e le conseguenze del vamping?

Naturalmente stare svegli tutta la notte non fa certo bene ai giovani e adolescenti, che si trovano ad affrontare una nuova giornata svuotati di ogni energia. Il sonno perso la notte infatti non si recupera mai, neanche dormendo fino a mattina inoltrata o facendo un sonnellino pomeridiano.

Il vamping, se protratto nel tempo, può provocare seri disordini nei ritmi sonno-veglia, determinando conseguenze gravi come irritabilità, stanchezza, calo dell’attenzione e del rendimento scolastico e scarsa lucidità. Nei casi più gravi una situazione del genere può provocare addirittura ansia e depressione.

Cosa possono fare i genitori?

Insomma il vamping è un fenomeno che non può certo essere ignorato e che deve essere affrontato con una certa fermezza.

La cosa migliore sarebbe educare i figli sin da piccoli ad un utilizzo moderato e regolamentato della tecnologia, dando regole da rispettare che abbiano la funzione di regolare e contenere il comportamento dei ragazzi, come ad esempio le modalità e i tempi di fruizione dei dispositivi mobile. Se i ragazzi imparano sin da bambini che la notte non devono usare smartphone e tablet, non lo faranno neanche una volta diventati adolescenti.

Per evitare questi fenomeni di isolamento, è bene dare ai ragazzi lo spazio necessario ad una buona socializzazione. In sintesi bisogna dare modo e tempo ai propri figli di passare del tempo con gli amici, senza controllarli costantemente.

È fondamentale essere presenti nella vita dei figli e porsi come punto riferimento al quale rivolgersi se loro dovessero averne bisogno. Infine da ricordare che è importante la quantità del tempo trascorso con i figli, ma anche la qualità.

Maggio 28, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/05/cose-il-vamping.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-05-28 06:28:592024-05-28 06:28:59Cos’è il vamping e quali sono i rischi per i giovani
News

Adolescenti che bevono e fumano: come devono comportarsi i genitori?

Adolescenti che bevono

Arriva prima o poi per i genitori il tanto temuto periodo dell’adolescenza, quando i figli iniziano a diventare ribelli e restii alle regole. I genitori devono fare i conti con figli adolescenti che bevono e fumano, che rispondono male, che non rispettano le regole e che non sono più gestibili come fino a poco tempo fa. Cosa sta succedendo? Nulla di particolarmente grave, stanno semplicemente crescendo e l’adolescenza è una fase di passaggio molto delicata dove cambia tutto.

Gli errori dei genitori

I frugoletti stanno diventando ormai ometti e piccole donnine e, di fronte a questi cambiamenti, anche i genitori potrebbero entrare nel pallone. Talvolta i genitori stessi cambiano atteggiamento a seconda delle circostanze: in alcuni casi cercano di fare gli “amici” ed essere comprensivi con i figli, in altri casi sono estremamente severi e li puniscono.

Gli sbalzi di umore dei genitori non fanno bene ai figli, poiché creano una situazione di stress e un clima familiare molto pesante in casa. La soluzione? Come al solito la risposta giusta sta nel mezzo. In alcuni momenti si può chiudere un occhio, in altri casi è opportuno mantenere una linea più rigida. Ciò che conta è dare delle regole ai figli, che vanno rispettate per contenere la loro “esuberanza” emotiva e rinforzare i confini psichici.

Adolescenti che bevono e fumano: 5 consigli per i genitori

Non esiste una bacchetta magica per trasformare i figli in ragazzi ubbidienti che non bevono e non fumano, ma ci sono delle regole di comportamento che i genitori in primis devono seguire per mantenere la stima, l’autorità e la fiducia ai loro occhi. Ecco alcuni consigli che torneranno sicuramente utili nel rapporto complesso con i figli adolescenti.

1- Accettare i cambiamenti dettati dall’adolescenza

Anche se non bisogna mai normalizzare i comportamenti “fuori le righe” dei figli, va accettato il fatto che alcuni cambiamenti dettati dall’adolescenza siano fisiologici. I figli stanno cercando il loro posto nel mondo e cercano l’omologazione e l’accettazione sociale, che purtroppo comprende anche la ribellione ai genitori.

2- Non assecondare i comportamenti degli adolescenti che bevono e fumano

Accettare il cambiamento fisiologico del figlio non significa assecondare sempre e comunque i loro comportamenti, soprattutto se fanno male come bere e fumare. Accettare questi comportamenti significa renderli normali e, in un certo senso, tollerarli. Bere e fumare in casa deve essere rigorosamente vietato e, anche se lo faranno probabilmente fuori, quanto meno sarà possibile limitare l’uso di alcol e sigarette.

3- I genitori devono dare il buon esempio

Questo è un punto sul quale molti genitori “cadono”: essere un esempio. Un padre o una madre che dice al figlio di non fumare, magari proprio mentre sta accendendo una sigaretta, di certo non ha molta credibilità. Naturalmente è sbagliato anche il comportamento dei genitori che, per essere accettati nel mondo dei figli, bevono o fumano con loro.

4- Non diventare opprimenti

Alcuni genitori diventano dei segugi, opprimendo ulteriormente il figlio e dandogli la sensazione di essere costantemente sotto controllo. Va bene monitorare i comportamenti dei figli e far sentire la propria presenza, ma non asfissiandoli, altrimenti per ripicca fumeranno e berranno ancora di più.

5- Non attaccare i figli sul piano personale

Talvolta i genitori, per rabbia, frustrazione o semplicemente per spronare i figli, li attaccano sul piano personale con frasi come “sei una delusione” o peggio ancora “il figlio di… non l’avrebbe mai fatto”. Piuttosto bisogna ragionare sul comportamento scorretto, facendo capire che non sono loro sbagliati quanto piuttosto ciò che fanno.

Maggio 23, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/05/Adolescenti-che-bevono.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-05-23 09:10:472024-05-23 09:10:47Adolescenti che bevono e fumano: come devono comportarsi i genitori?
News

Adolescenti e isolamento: quando bisogna preoccuparsi?

adolescenti e isolamento

I figli, arrivati nella fase dell’adolescenza, tendono ad isolarsi e chiudersi nella propria stanza innalzando una sorta di muro con i genitori. C’è da preoccuparsi? In linea generale no. I ragazzi in questa fase iniziano ad avvertire il bisogno di avere una loro privacy, uno spazio tutto loro dove nessuno può entrare. Tuttavia se il periodo di isolamento dura ore intere e si prolunga nel corso del tempo, scatta un campanello d’allarme che non si può ignorare. Abbiamo realizzato quest’articolo per analizzare il rapporto tra adolescenti e isolamento e capire quando preoccuparsi e come intervenire.

Adolescenti e isolamento: chi sono gli hikikomori?

C’è un termine di origine giapponese che descrive gli adolescenti che tendono ad isolarsi dal resto del mondo: hikikomori, che significa letteralmente “stare in disparte”.

Gli hikikomori sono adolescenti che decidono di chiudersi in casa, restando ore intere nella loro stanza senza avere alcuna relazione con i genitori, con i compagni di classe e in generale con il mondo esterno. Neanche feste di amici, incontri e gite sono in grado di smuovere gli hikikomori, che mostrano una certa insofferenza verso ogni attività esterna.

Cosa fanno chiusi nella loro stanza? Molti di loro trascorrono il tempo navigando sul web, ascoltando musica, giocando a un videogioco oppure dedicandosi alla lettura o al disegno. L’isolamento può durare mesi o anni e in questi casi i genitori hanno il dovere di intervenire.

Perché gli adolescenti si isolano?

Ma qual è il motivo che porta gli adolescenti a isolarsi? In realtà non ce n’è uno solo, ma sono diversi i motivi che dipendono da una combinazione di fattori. I ragazzi hikikomori sono solitamente introversi, molto arguti e piuttosto sensibili. Il disagio che provano potrebbe dipendere dalle pressioni dei genitori, che in loro ripongono spesso aspettative altissime che temono di deludere. Poi c’è il mondo esterno, che impone agli adolescenti di essere popolari, belli, alla moda e sempre brillanti.

Da non sottovalutare altri fenomeni come il bullismo, che potrebbero spingere gli adolescenti ad innalzare ulteriormente le barriere verso il mondo esterno, oppure altri episodi piuttosto traumatici come un lutto, una separazione o una malattia. In questi casi i giovanissimi temono di affrontare il mondo esterno, che giudicano troppo grande per loro, e preferiscono ritirarsi nella “comfort zone” della loro stanzetta dove si sentono inattaccabili.

Cosa devono fare i genitori?

Se la situazione di isolamento diventa una condizione cronica, i genitori sono chiamati a intervenire. Come? Mettendosi nei panni dei figli e tenendo conto che innanzitutto stanno attraversando una fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza molto complessa e delicata.

I genitori devono quindi entrare in punta di piedi nel mondo dei figli, rispettando i loro spazi e i loro tempi, facendo comunque sentire la loro presenza discreta. Da un lato quindi i genitori sono chiamati a rispettare gli spazi dei figli, senza essere troppo invadenti; d’altro lato devono fare attenzione a non trasformarsi in un amico e mantenendo sempre il ruolo di adulto di riferimento. Inoltre non bisogna sgridarli o punirli per il loro isolamento, cercando invece di cogliere il loro disagio e spingerli a chiedere aiuto.

Un esercizio di equilibrismo non proprio semplicissimo per i genitori, ma con costanza e un po’ di allenamento è possibile instaurare un rapporto di reciproca fiducia e aiutare i figli a uscire dall’isolamento dove si sono rifugiati.

Maggio 15, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/05/adolescenti-e-isolamento.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-05-15 05:45:222024-05-15 05:45:22Adolescenti e isolamento: quando bisogna preoccuparsi?
News

I figli adolescenti non rispettano le regole: come comportarsi?

figli adolescenti

Perché i figli adolescenti non rispettano le regole? Perché rispondono male ai genitori? Perché sembrano sempre arrabbiati col mondo? Tante domande per le quali non esiste un’unica risposta, ma che richiedono ai genitori un notevole sforzo di comprensione.

Per prima cosa è opportuno ricordare che l’adolescenza è una fase molto delicata per i figli: da bambini stanno diventando adulti, o comunque ragazzi, e si trovano ad affrontare problematiche diverse e per certi versi inaspettate.

La ribellione può essere figlia di una ricerca di attenzioni, di un tentativo di accettazione o di autoaffermazione o magari di un malessere latente e nascosto. Se i genitori rispondono a loro volta con l’aggressività, l’adolescente si sentirà rifiutato e non farà altro che chiudersi ancora di più in se stesso.

I figli adolescenti non rispettano i genitori? Le 4 regole d’oro da seguire

Meglio usare il bastone o la carota con i figli ribelli? Essere troppo severi non farebbe altro che inasprire il rapporto genitori-figli; tuttavia essere troppo indulgenti rischia di non porre un freno ai comportamenti irrispettosi degli adolescenti. I genitori potrebbero sentirsi frustrati, senza riuscire a trovare una via d’uscita. Abbiamo quindi elencato una serie di comportamenti, delle regole d’oro da seguire per instaurare un rapporto se non di serenità assoluta, quanto meno di civile convivenza.

1- Costruire un dialogo costruttivo con i figli adolescenti

La prima cosa da fare è costruire un dialogo costruttivo con i figli. Più facile a dirsi che a fare, vero, ma il dialogo e l’ascolto sono i primi mattoni sui quali costruire un rapporto di reciproca fiducia e soprattutto per capire da dove nascono quegli scatti d’ira e di ribellione.

I figli potrebbero rispondere a monosillabi, ma bisogna insistere e ascoltare cosa hanno da dire senza giudicarli o condannarli a prescindere.

2- Non essere troppo severi

Un’eccessiva severità, oppure frasi come “ai miei tempi non succedevano queste cose” non sono d’aiuto, anzi possono innalzare ancora di più il muro che rischia di crearsi tra genitori e figli.

I genitori non devono essere troppo severi e devono anche loro mettersi in discussione. Non bisogna opprimere i ragazzi che, se messi alle strette, si sentono ingabbiati e vedono nei genitori dei nemici, piuttosto che degli alleati. Ogni tanto è necessario concedere fiducia ai figli e dare loro un po’ di spazio per la loro autonomia.

3- Poche regole, ma chiare

Essere permissivi non vuole dire che non ci debbano essere delle regole. Porre dei paletti e dire dei no ogni tanto è necessario, ma è importante che figli e genitori decidano insieme quali siano le regole da seguire. Il compromesso è sempre la risposta migliore per risolvere un conflitto.

4- Criticare i comportamenti, non i figli

Per rabbia o per frustrazione i figli potrebbero dire cose che non pensano o fare delle cose solo per dispetto. Il comportamento però non definisce il loro essere. Le azioni sbagliate sono collegate solo ad una fase piuttosto delicata della crescita.

Sono da evitare quindi frasi come “sei una delusione” o “sei cattivo”, altrimenti i figli si sentiranno rifiutati e si metteranno sulla difensiva. Piuttosto bisogna evidenziare e concentrarsi sul comportamento sbagliato, così come vanno elogiati i comportanti virtuosi.

Infine, un consiglio che vale in ogni situazione, è necessario mantenere la calma e non farsi prendere dall’impulsività e dall’emotività, altrimenti si arriva ad un muro contro muro che non porta benefici a nessuno. Si può mantenere la propria autorevolezza genitoriale anche senza alzare la voce, l’importante è far sentire sempre ai propri figli la vicinanza come genitore.

Maggio 8, 2024/0 Commenti/da fracirfer
https://www.saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/05/figli-adolescenti.jpg 1080 1080 fracirfer https://saramengonipsicologa.it/wp-content/uploads/2024/02/logo.jpg fracirfer2024-05-08 08:11:232024-05-08 08:11:23I figli adolescenti non rispettano le regole: come comportarsi?
Pagina 3 di 6‹12345›»

Se senti il bisogno di un primo confronto per tuo figlio o per la tua famiglia, puoi prenotare una breve telefonata conoscitiva.

La telefonata non è una consulenza psicologica, ma un primo contatto per comprendere la richiesta e valutare insieme il percorso più adatto.


Prenota qui una telefonata conoscitiva di 15 minuti

Dott.ssa Sara Mengoni
Psicologia dell’età evolutiva
Psicologia Scolastica
Psicoterapia

Partita IVA: 02752080420
Codice Fiscale: MNGSRA79E64A271E
PEC: sara.mengoni@psypec.it

Telefono: +39 327 737 6218
Email: dr.saramengoni@gmail.com
Studio: Via Tito Speri 19 – Falconara (AN)

© Copyright - Sara Mengoni Psicologa
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Mail
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto

Chatta con me